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Articoli marcati con tag ‘pellicola’

Quale Sca per Metz

mercoledì, 24 novembre 2010
listen it it Quale Sca per Metz

Ciao a tutti, ho una domanda da porre a che è più addentro di me al problema: sono da poco passato ad una D 700 (prima avevo Fuji S2 pro) e volevo abbinarci il mio vecchio ma sempre valido Metz 50 MZ5; la domanda è questa va bene il vecchio SCA per le Nikon a pellicola o devo cambiarlo, se si con quale?

Grazie a tutti. Vittorio

Fonte Google News

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Fotoritocco

martedì, 23 novembre 2010
listen it it Fotoritocco

In questo topic vorrei presentare un tema molto scottante, che è quello del fotoritocco e della sua liceità. Ovvero, è lecito fotoritoccare?
Si potrebbero fare considerazioni lunghe km, stare qui a parlare per ore, ma quello che vorrei sottoporvi è un approccio del tutto personale verso l’argomento. Siete quindi ovviamente liberi di contraddirmi, ma quello che spero è che nasca un sano confronto, su un tema che ripempie spesso topic e discussioni.

Secondo me esistono due tipi di diversi di fotoritocco: lo sviluppo del file e il fotoritocco
Non voglio essere tautologico, ma quello che viene generalmente definito fotoritocco, secondo me è un secondo step nell’elaborazione di un file ottenuto dopo uno scatto.

Provo a spiegarmi, introducendo qualche dettaglio in più sulle due fasi introdotte precedentemente.

Immaginiamo di avere a disposizione 2 equipaggiamenti diversi:
1. Nikon D3000 + 18-55VR
2. Nikon D700 + 28-70/2.8

Con entrambe le macchine ci mettiamo sullo stesso treppiede, con la stessa inquadratura (quindi fate la conversione dell’angolo di campo), impostiamo gli stessi parametri di scatto (diaframma, tempo, sensibilità, saturazione, contrasto, ecc ecc) e facciamo la stessa foto.

Prendiamo le nostre macchine dopo aver fatto i due scatti e li confrontiamo. Sono uguali?
Ovviamente no, anzi, verosimilmente lo scatto della coppia D700+28-70 sarà migliore di quello D3000+18-55, ma questo significa che i due scatti non sono uguali

Eh già perché le due macchine non hanno ottenuto lo stesso risultato, nonostante l’estrema cura nel controllare che tutto fosse uguale. Un esempio banalissimo? Secondo voi la definizione del 28-70 e del 18-55 sono uguali? Beh sicuramente no, quindi tra le due foto, così al volo, già notiamo che c’è qualcosa di diverso, nonostante gli sforzi per avere tutto uguale.

Ancora? Beh le transizioni cromatiche, ovvero come si passa da un colore all’altro. Beh il 28-70 è un’ottica vecchia scuola, col transazioni dolci, mentre il 18-55 è sicuramente di concezione più nuova è sarà più plasticoso come resa, con gradini più evidenti tra i colori. Ma allora anche per questo aspetto el foto non sono uguali nonostante gli sforzi fatti per renderle tali…

Ancora? Beh il rumore. Gli ISO della D3000 hanno lo stesso effetto sulla foto di quelli della D700? Eppure sono su entrambe, ad esempio, 400ISO… Quindi anche per questo le foto non sono uguali

Questa digressione semplicemente per mostrare come ci sia una fortissima dipendenza dal mezzo, ovvero entrambe le macchine riprendono nelle medesime condizioni la stessa scena, ma danno due risultati diversi…
Non sarebbe allora lecito operare in una qualche maniera per avere le due foto uguali? Cioè mi spiegate perché io non devo ottenere due cose uguali in un contesto come questo? Non è lecito intervenire in post produzione per portare le foto allo stesso risultato finale?

Secondo me, e qui rinnovo la soggettività della trattazione, la risposta è positiva. Cioè mi sembra più che lecito agire per avere due foto uguali… Perché devo avere il limite del mezzo? Perché devo avere qualcosa di falso tra le mie mani?
Eh sì perché o la D3000 o la D700 hanno ritratto in modo artefatto la realtà, in modo falso, perché non hanno fatto la stessa cosa. Confrontando i due scatti, fatti nelle medesime condizioni, ho due cose diverse. Sicuro una delle due almeno rappresenta in modo falso la realtà…

Ecco quindi che questo scenario sembra essere uno per cui fotoritoccare è lecito, quantomeno per evitare che il fotografo si trovi davanti due rappresentazioni diverse della stessa realtà.

Ma detto questo, come si fa? Come si fa a stabilire chi ha detto il vero tra la D700 e la D3000? Beh l’istinto e il marketing ci portano a dire:”Uè ciccio, la D3000 sicuro ha fatto la foto falsa”, quindi l’idea istintiva sarebbe quella di portare la foto della D3000 verso quella della D700.

Ma siamo sicuri che la foto della D700 sia quella VERA?

Abbandoniamo cioè per un momento la coppia di macchine e lavoriamo solamente con la D700. Faccio lo stesso scatto, ma solo con lei e il 28-70 montato. Sono sicuro che è vera sta foto? Cioè senza preoccuparmi se ho fatto meglio o peggio di una D3000 con il 18-55, quello che la D700 ha fatto è VERO?
Beh bisogna vedere se la foto RAPPRESENTE IN MODO FEDELE LA REALTA’. E cioé?????? Come se fa sta cosa?

Beh innanzi tutto dobbiamo controllare se su macchina abbiamo la stessa cosa che i nostri occhi stanno guardando. Le famose transazioni cromatiche, le saturazioni, le rappresentazioni dei colori, la nitidezza, ecc ecc, sono VERE? Sono cioè identiche alle vere?

Beh per quanto uno si sforzi di comprare ottiche e corpi costosi e pregiati, niente è come i nostri occhi e ogni elemento introduce un suo modo di leggere le scene e questo va sempre bene?
Cioè siamo sicuri che quello che fa la macchina è esattamente quello che facevamo noi con gli occhi?

Nella mia esperienza ho potuto constatare che spesso, anche le macchine più elevate di fascia, hanno un’inevitabile distorsione della realtà, ovvero introducono un loro marchio sulla foto, rappresentando in modo più o meno veritiero gli elementi della scena. Perché io allora, in quanto essere che ha premuto il pulsante di scatto, non devo riportare la foto che la macchina ha fatto a quello che vedevano i miei occhi?

Perché non dovrei cioè sviluppare il file? Mutuo questo termine dalla pellicola per chiarire come sia secondo me addirittura necessario riportare a quanto si vedeva la scena catturata dalla reflex.

Molte molte volte sento gente che dice:”Io le foto non le ritocco, le lascio così come uscite dalla macchina. Queste sono foto vere, non quelle ritoccate”.
Ma siete sicuri che siano davvero VERE tali foto? In base a quanto detto prima, la macchina fotografica ha fatto una SUA cattura della realtà, che potrebbe discostarsi, e tanto, dal mondo che i notri occhi vedevano al momento. Perché allora “doversi accontentare”? O meglio, perché rendere lecito il fotoritocco che fa la fotocamera e colpevolizzare il nostro al computer?
Dopotutto io vorrei solamente riportare la foto a quello che vedevo, perché questo dovrebbe essere sbagliato?

Vorrei lasciare spazio ad un esempio fotografico, piuttosto che continuare con le parole. Le due foto allegate sono relative ad un RAW scattato al tramonto al lago di Bolsena. Come si nota il RAW ha delle tonalità molto meno sature, transazioni cormatiche delicate, ma non accentuate. Era davvero questo quello che vedevo mentre scattavo?
Nei miei occhi c’era davvero quello che il RAW rappresenta?
La risposta è ASSOLUTAMENTE NO, ovvero nonostante il 35/2 montato e la D700, comunque non c’è stata una rappresentazione REALE della scena.
La foto “elaborata”, o meglio sviluppata, è un tentativo di riportare la foto, l’immagine a quello che effettivamente vedevo con gli occhi.
E’ lecito secondo voi? Qual è vera e qual è falsa delle due foto?
Secondo quanto detto prima, così come la pensano in tanti, il RAW è la foto vera perché è uscita dalla macchina senza il minimo ritocco, ma vi posso garantire che non è così, perché quello che vedevo non è affatto quanto rappresentato dal RAW

La foto, VERA, ovvero quella che rappresenta al meglio quello che avevo visto, è quella sviluppata, quella cioé che ha i colori esattamente come erano al momento, la prospettiva esattamente come la vedevo al momento.

Se ci fate caso infatti ho scelto questa foto, anche per l’evidentissima distorsione prospettica e l’inclinazione dell’orizzonte visibili nel RAW. Nel JPEG è sparito tutto, orizzonte dritto e prospettiva corretta. Non è forse anche questo mettere mani sulla foto? Certo, ma se non l’avessi fatto, avrei rappresentato VERAMENTE la scena?
Beh no, perché la balaustra è dritta nella realtà e l’orizzonte è orizzontale.
Inoltre in questo scatto ho dovuto distorcere entrambi per poterli recuperare senza troppe difficoltà, quindi perché non dovrei sviluppare il file?

Come si nota cioè da quanto scritto, una prima fase di approccio al file è quella di riportarlo al vero, appunto di svilupparlo. Questo lo si fa inevitabilmente fotoritoccando, ovvero intervenendo al computer sulla foto, ma l’intento è quello di riportare “al vero” lo scatto.
Non mi piace che sia la macchina (più ottica) a dirmi cosa effettivamente c’era e come era. Sono IO che so come era la realtà che stavo riprendendo… la macchina è solo uno strumento al mio servizio per portarmi dietro QUELLA scena e se non ci è risucita, allora ci penso io a recuperarla.

Ma allora, il fotoritocco, ovvero la II Fase detta prima… che roba é? Beh ogni volta che supero la realtà col fotoritocco, introducendo qualcosa di eccessivo, valico lo sviluppo. Se cioè supero quello che effettivamente i mei occhi vedevano, se la mia rappresentazione non è realistica, allora ho fotoritoccato in modo secondo me criticabile.
Certo è che il limite è soggettivo e proprio di ogni foto, perché solo l’autore sa di preciso cosa c’era al momento dello scatto…

Con questo topic spero di aver suscitato se non altro senso critico sulla cosa, che poi può essere a favore o contrario, ma spero quantomeno se ne parli.
Il tema scotta, so benissimo di toccare delle corde molto sensibili, ma vorrei sapere cosa ne pensate…

Fonte Google News

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Qualche buon manuale del National Geographic

venerdì, 16 aprile 2010
listen it it Qualche buon manuale del National Geographic

Salve dad9c smile Qualche buon manuale del National Geographic

L’anno scorso ho letto qualche bel manuale del national geographic…

In ordine cronologico:

Il corso sulla fotografia paesaggistica
Robert Caputo.

Molto bello… pieno di consigli utili e di suggerimenti interessanti… ben scritto, piacevolissimo da leggere.

Davvero molto utile il capitolo sulla composizione dell’immagine… perchè se è vero che ad alcuni dei consigli che vengono dati in realtà ci si arriva anche da niubbi, appena fai un po’ di esperienza sul campo, le “regole” della composizione sono invece un qualcosa di più “misterioso” a cui difficilmente sarei arrivato da solo… semplicemente perchè non ci avevo mai pensato

Bene o male mi guardo intorno, vedo qualcosa che mi piace e scatto… ed ora a posteriori mi rendo conto che spesso, senza neanche saperlo, rispetto molte di quelle linee guida…
D’altronde se qualcuno si è preso la briga di formularle (prima ancora che nella fotografia, nella pittura) è perchè evidentemente le immagini che le rispettano tendono generalmente ad avere un qualcosa in più che le arricchisce…
Certo che averle lì davanti, formalizzate nero su bianco, è una cosa che ti apre un po’ gli occhi, e te li giuda con più lucidità, quando hai di fronte un’immagine interessante

Consigliatissimo, specie se piace il genere.

Fotografia di viaggio
Robert Caputo.

Non male, assolutamente non male.
Testo piuttosto completo… si trattano diverse tipologie di fotografia (paesaggistica, in interno, in città, “da strada”, fotografie alle persone…), e vengono fatte numerose considerazioni generali, come in tutti i testi di Caputo, sull’approccio mentale alla fotografia… ed in particolare, in questo caso, all’approccio con culture e posti diversi dai nostri.
Mi è piaciuto molto, e Caputo conferma di essere davvero un ottimo insegnate ed un bravo scrittore.

I ritratti
Robert Caputo

Anche questo mi è piaciuto molto… forse un po’ meno dei due precedenti, ma è anche una questione di gusti sul genere fotografico in sè…
Anche in questo caso il bravo Robert unisce consigli tecnici sui vari tipi di ritratto (primo piano del viso, figura intera, ritratti “ambientati”, fotografie “rubate”, ritratti di gruppo, l’uso della luce…) con una serie di interessanti considerazioni sull’approccio da usare, e sul rapporto da instaurare con i soggetti della nostra fotografia.

Il bianco e nero
Richard Olsenius

E’ stato un po’ una delusione…
Non perchè non sia scritto bene, o non sia interessante.
Splendide immagini, bei consigli, interessante anche la parte su photoshop e la conversione in bianco e nero delle immagini a colori…
Il problema è che dedica (a mio avviso) troppo spazio (parliamo praticamente di mezzo libro) ad argomenti molto, molto tecnici… i vari tipi di fotocamera (35mm, medio e grande formato… dorsi e fotocamere digitali), il passaggio da pellicola a digitale (con consigli sugli scanner da usare), la stampa (con pagine sulle stampanti), la conservazione delle stampe, il flusso di lavoro e via di questo passo…
Argomenti che alla fine ho letto per cultura generale, ma che di fatto mi serviranno a ben poco… chiaro che se la cosa interessa… se avete una macchina a pellicola ed avete intenzione di investire parecchio per essere autosufficienti ed effettuare in proprio i vari passaggi dalla pellicola a colori alla stampa in BK… beh, le cose cambiano…
Ma per quelli che erano i miei interessi, posso quasi dire che mezzo libro sia stato “sprecato”… insomma, avrei preferico che venissero approfonditi argomenti diversi…
Peccato…

In ogni caso meritano tutti.
Ma Caputo, come dicono i giovani, spacca dad9c biggrin Qualche buon manuale del National Geographic

Fonte Google News

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Kodak Ektar 100 in versione grande formato

giovedì, 18 febbraio 2010
listen it it Kodak Ektar 100 in versione grande formato

Kodak Pellicole

ektar100 Kodak Ektar 100 in versione grande formato

Dopo quasi un anno e mezzo dall’introduzione della pellicola Kodak Ektar 100 (ed uno da quella medio formato) ora è arrivata anche in versione grande formato.

A partire da aprile saranno disponibili due nuove versioni della Ektar 100: 4×5? e 8×10?. Kodak vuole aumentare il successo ottenuto finora con questa pellicola che ha già portato a casa il Technical Image Press Association (TIPA) 2009, ilProfessional Photographers’ Hot One Award 2009 e 2010 el’ American Photo Editor’s Choice Award 2009.

La pellicola Ektar 100 ha dei colori molto vividi ed incorpora la tecnologia Kodak Vision Motion Picture Film per ottenere un dettaglio ineguagliabile per i fotografi che vogliono il massimo della risoluzione.

Via | PdnGearAndGuide

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SCEGLIERE L’OBIETTIVO GIUSTO

venerdì, 28 agosto 2009
listen it it SCEGLIERE LOBIETTIVO GIUSTO

Prof.Angelo Meduri

La difficoltà più presente nel settore degli acquisti di attrezzature fotografiche è quella di non riuscire a prendere con sicurezza l’obiettivo giusto. Le macchine fotografiche reflex, cioè ad obiettivo intercambiabile, sono gli apparecchi più usati, ma anche le compatte con ottica fissa costituiscono un mezzo efficace per scattare foto in ogni condizione. I vantaggi degli apparecchi reflex sono:

1. Possibilità di adottare ottiche ed accessori diversi, dai 180° di campo degli obiettivi ad occhio di pesce (fisheye) fino ai microscopi ed ai telescopi più potenti;

2. Possibilità di collegare e di impiegare flash più potenti;

3. Possibilità di sfruttare motori per scattare velocemente a raffica su soggetti in rapido movimento, anche in condizioni di scarsa luminosità ambientale;

4. Possibilità di aumentare il valore della sensibilità ISO senza temere troppo l’effetto della grana.

Invece, le compatte sono l’ideale se non si vuole portare con sé oggetti pesanti ed ingombranti, risparmiando grosse cifre di denaro. In commercio oggi esistono obiettivi diversi, per tutte le necessità, che hanno alcune funzioni utili, come l’autofocus, lo zoom e lo stabilizzatore d’immagine (per eliminare l’effetto dei movimenti involontari che provocano il mosso a mano libera). Tuttavia, non è facile sceglierne uno oppure un gruppo per avere in ogni circostanza un’immagine ben inquadrata ed esposta. Ogni fotocamera monta solo obiettivi della stessa marca (come Canon, Nikon, Sony e Pentax) e pure quelli di marche universali (come Sigma, Tamron e Tokina), per motivi di interesse commerciale. Per impressionare con la giusta quantità di luce la pellicola o il sensore della fotocamera, l’obiettivo ha all’interno un’apertura regolabile, detta diaframma, mentre nel corpo macchina si regola il tempo di esposizione alla luce. Chiudendo il diaframma, oltre a diminuire l’intensità della luce, si aumenta la profondità della zona messa a fuoco, nella quale appaiono nitidi tutti gli oggetti.

In generale, gli obiettivi sono tubi che contengono gruppi di lenti o di specchi per formare le immagini su un’area circolare, detta cerchio di copertura. E’ sufficiente che il diametro del cerchio di copertura sia pari alla diagonale del formato utilizzato. I formati usati oggi sono numerosi, perciò occorre controllare bene per quale formato l’obiettivo sia stato progettato. Ma la caratteristica più importante nell’effettuare la scelta dell’ottica è la sua lunghezza focale, che stabilisce l’ampiezza dell’angolo di campo e l’ingrandimento della zona inquadrata. Un obiettivo di lunghezza focale minore abbraccia un angolo di campo maggiore, mentre un obiettivo con lunghezza focale maggiore ingrandisce una zona più ristretta. La variazione dell’angolo di campo non altera la prospettiva, cioè il rapporto dimensionale tra gli elementi della scena vicini e lontani, purché non si cambi la posizione dell’apparecchio. Il procedimento meccanico di formazione dell’immagine risiede nelle proprietà di propagazione della luce attraverso le lenti o gli specchi. Le onde luminose piane, dopo aver subito riflessione o rifrazione, diventano sferiche, perciò le onde emergenti risultano deformate e questa deformazione può dare origine alle aberrazioni, ossia a difetti sull’immagine che si è formata dietro l’obiettivo. Le aberrazioni che affliggono le immagini sono:

1. Cromatismo, cioè formazione di contorni colorati;

2. Coma, cioè formazione di punti luce a ventaglio, come comete;

3. Astigmatismo, ossia immagini puntiformi allungate come segmenti;

4. Aberrazione di sfericità, quando i raggi luminosi delle zone ai bordi delle lenti non vanno tutti a fuoco come quelli delle zone centrali;

5. Vignettatura, o perdita di luce ai bordi;

6. Distorsione, cioè formazione di linee incurvate invece di linee rette;

7. Curvatura di campo, ossia formazione dell’immagine su una superficie curva, invece che sul piano focale.

Un altro difetto può essere anche il flare, che consiste nella produzione di riflessi all’interno dell’obiettivo, con sorgenti luminose inquadrate o ai bordi del campo. Chiudendo il diaframma e scegliendo un obiettivo con un buon trattamento antiriflessi, si eliminano alcuni problemi. Gli obiettivi di marca buona, come Nikon o Canon ad esempio, minimizzano tali difetti.

La scelta dell’obiettivo si traduce nella possibilità di utilizzare tre tipi di lunghezze focali: normali, grandangolari e teleobiettivi. Le riprese effettuate con un normale di 50mm sul formato 24×36mm hanno un angolo di 46° e i vari elementi si avvicinano molto alle dimensioni osservate ad occhio nudo. Attenzione al formato della fotocamera, poiché lo stesso obiettivo può far cambiare l’angolo visivo sulla foto se usato su formati diversi. Ad esempio, un 35mm è grandangolare sul formato pieno 24×36mm, ma diventa uno standard da 52mm sul formato Nikon APS-C.

Gli obiettivi normali sono molto luminosi (anche f/1,4) e nitidi, hanno bassissima distorsione, sono compatti e leggeri. La luminosità di un obiettivo è il rapporto tra la focale ed il diametro e si può variare aprendo o chiudendo il diaframma. I numeri piccoli indicano grandi aperture, mentre valori alti producono piccole aperture. Con gli obiettivi da 50mm ai bordi le immagini risultano perfette solo se si chiude il diaframma a f/2,8 o di più, ma in casi estremi si può anche aprire al massimo. Il 50mm è stato molto usato in passato, perché era venduto insieme ai corpi macchina. Oggi si tende a sostituirlo con uno zoom, ma la qualità delle immagini non è sempre uguale.

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Scilla con uno standard di 50mm

Gli obiettivi grandangolari hanno una focale inferiore a quella di un obiettivo normale. Quando si fotografa con un grandangolo sembra di allontanarsi, perché le immagini sono più piccole e con un campo visivo vasto. In commercio le focali vanno da 8mm a 35mm. La caratteristica essenziale, che viene accentuata quando diminuisce la focale, è quella di portare le cose in primo piano ed allontanare tutto il resto, facendo sentire chi osserva immerso nella scena.

Il 35mm copre 63° e può sostituire il normale nelle riprese di paesaggio, street, ecc., è molto nitido e luminoso. Diversi maestri della fotografia, come Henri Cartier Bresson, lo hanno usato sempre per anni nei loro reportage, poiché non provoca effetti esagerati di allontanamento prospettico, pur mantenendo la sua profondità di campo, estesa più del tradizionale 50mm.

Il 28mm ha 75° di campo ed è il grandangolo standard, molto diffuso, ben corretto, nitido ed economico. E’ utile per far entrare sempre tutti in una foto di gruppo senza allontanarsi molto, come obiettivo polivalente per la documentazione geografica in luce ambiente, nei paesaggi, in interni, ecc.. Sulle fotocamere compatte la presenza della focale 28mm è utilissima in numerose situazioni comuni. E’ nitidissimo sin dalla massima apertura.

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Duomo di Reggio Calabria con grandangolo di 35mm.

Il 24mm è molto interessante, ampio 84°, allarga bene le inquadrature bilanciando gli elementi vicini e lontani per i giornalisti, documentaristi, paesaggisti, gli architetti. Esso genera grande profondità di campo nitido con larghe aperture di diaframma. Inoltre, è possibile scattare con tempi di posa più lunghi. La regola è quella di regolare il tempo secondo la focale dell’obiettivo, cioè 1/F di secondo o di meno, lavorando a mano libera. Perciò mentre con il 50mm non si scende oltre 1/50 di secondo, con il 24mm si arriva a 1/25 di secondo, sempre a mano libera. Il 24mm è stato l’obiettivo preferito di grandi fotografi, come Galen Rowell e John Shaw. La correzione delle aberrazioni è già buona a tutta apertura. Con 24mm occorre già fare attenzione nel montare filtri spessi anteriormente, per non mozzare gli angoli dell’immagine. In commercio si trovano anche 24mm decentrabili, utilizzati per le correzioni prospettiche delle linee cadenti in foto di architettura.

Il 20mm è un obiettivo ultragrandangolare eccellente per le scene ad ampio respiro, poiché dilata in profondità la scena, aumentando la sensazione di essere presenti. Con 20mm ci sono problemi di buona definizione ai bordi del campo di 94°, perciò si deve scegliere una buona marca. Il 20mm crea atmosfere magiche, con fuga di colline dove le nuvole bianche galleggiano immense in un cielo blu su uno splendido scenario naturale che sembra enorme e lontano, mentre il primo piano emerge dalla scena.

Le focali di 17 o 18 mm sono utili solo in casi particolari, quando si desidera un grandangolo veramente spinto ed il 20mm non risulta sufficiente. Le deformazioni prospettiche del 17mm sono incredibili, dato l’amplissimo angolo di campo, che arriva a 104° includendo quasi ogni cosa. L’uso di queste ottiche non è comunque facile, poiché i riflessi e gli elementi indesiderati possono spuntare da ogni parte.

Diminuendo la focale fino a 14mm si allarga maggiormente l’inquadratura, con un campo che giunge a 114°, indispensabile solo in pochissimi casi nella foto di architettura e di arredamento, oppure dentro barche o edifici. E’ luminoso e nitido, tuttavia è meglio utilizzarlo diaframmando un po’ vista la grande copertura angolare, per avere buona definizione anche ai bordi.

Per ottenere effetti creativi d’incurvamento delle linee si può adoperare invece un obiettivo speciale ad occhio di pesce (o fisheye), che abbraccia 180° di campo, utile in situazioni in cui si richiede un angolo vastissimo, per le foto meteorologiche e astronomiche, di paesaggio o di reportage. Esistono fisheye a pieno formato (detti diagonali), oppure circolari; questi ultimi formano un cerchio-immagine al centro del fotogramma che rimane nero, come se si guardasse attraverso un buco.

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Duomo di Reggio Calabria con obiettivo fisheye.

Abbiamo visto che con i grandangoli si dilatano in profondità le scene. Viceversa, adoperando un teleobiettivo si provoca un effetto di compressione della scena in profondità e l’osservatore ha la sensazione di ritagliare ed ingrandire un particolare privilegiato, dove tutto sembra come essere appiattito.

L’obiettivo di 85mm ha un campo di 28°, lo standard per i ritratti, ma può essere utilizzato in moltissime altre occasioni, perché è molto luminoso e nitido, anche a f/2 offre un’ottima correzione e permette di lasciare sfocato lo sfondo, isolando così il soggetto.

Il 105mm è un altro teleobiettivo moderato, che assieme al 50mm ed al 24mm forma un valido kit da viaggio. E’ venduto in versione macro, per effettuare riprese a brevi distanze di oggetti, documenti, francobolli, monete, ritratti, fiori ed insetti. Il suo rapporto di riproduzione arriva alla scala naturale 1:1, quando è alla minima distanza di messa a fuoco. E’ nitidissimo fino ai bordi del campo di 23° già dalla massima apertura e permette di mettere in risalto particolari che rappresentano un certo ambiente.

Il 135mm ha un campo più ristretto, di 18°, rispetto al 105mm, utile anche in luce ambiente, per foto di ritratti, animali, paesaggi, in teatro, per lo sport ed i particolari architettonici. Offre prestazioni di qualità elevata anche a tutta apertura ed ha una messa a fuoco rapida, però a mano libera il tempo non deve essere superiore a 1/F, perciò si arriva massimo a 1/160 di secondo senza l’uso del treppiedi.

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Scilla vista attraverso un teleobiettivo da 105mm.

La lunghezza focale di 200mm è la via di mezzo tra i teleobiettivi molto pesanti ed ingombranti e quelli piccoli e compatti, tali da non costituire un problema per la borsa del fotografo. Le versioni con lenti a bassa dispersione avvicinano molto il soggetto inquadrato senza pericoli di cromatismi, con aperture massime molto vantaggiose, come f/2 o f/2,8, che staccano il soggetto sullo sfondo sfocato. Sulla diagonale l’angolo di ripresa scende a 12°, rendendolo adatto per le foto di animali, sport, ritratti, astronomia. E’ ottimamente corretto anche alla massima apertura del diaframma. Diventa necessario quasi sempre l’uso del treppiedi, ma per avere immagini di qualità elevata è indispensabile pure la trasparenza dell’aria.

Il 300mm è un teleobiettivo davvero interessante, non solo per le fotografie di paesaggio, ma anche per riprendere gli animali in libertà particolarmente timorosi, oppure nel ritratto di soggetti inconsapevoli, nelle foto astronomiche e sportive. E’ perfettamente corretto fino agli angoli già alla massima apertura. La messa a fuoco però deve essere molto precisa, dato l’ingrandimento così elevato, pari a 6 volte quello di un normale. Inoltre, c’è il rischio che le foto escano mosse a causa delle vibrazioni, perciò diventa necessario l’uso del treppiedi. I soggetti lontani, situati a distanze differenti lungo la linea della visuale sembrano schiacciarsi letteralmente l’uno contro l’altro in profondità, all’interno del campo di 8°. Il peso, le dimensioni ed il costo di questa focale non sono indifferenti, ma si tratta di un’ottica professionale di alte prestazioni.

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Scilla con un tele di 300mm f/2.8

Il 400mm f/2,8 è un obiettivo impressionante, poiché il diametro della lente anteriore, che determina la luminosità massima in rapporto alla focale, sale fino a 15cm, mentre il campo si riduce a 6°. Le lenti in vetro a bassa dispersione fanno aumentare il contrasto e la nitidezza delle immagini, annullando l’effetto negativo dell’aberrazione cromatica, che aumenta con la focale. E’ ottimo anche a piena apertura. Gli usi più frequenti sono per foto di animali e sport.

Procedendo verso le focali superiori non sono più disponibili le grandi luminosità f/2,8 perché i prezzi lievitano di molto e le case costruttrici hanno accantonato l’idea preferendo le più accettabili aperture inferiori di f/4 e f/5,6. Con aperture ancora inferiori si trovano anche i catadiottrici, obiettivi a specchi molto compatti, leggeri ed economici, come il 500mm f/8 e il 1000mm f/11. Ovviamente, non c’è dubbio che un 500mm f/4 sia un magnifico oggetto, di qualità certamente elevata rispetto a un teleobiettivo più piccolo con un moltiplicatore di focale aggiunto sul retro, oppure rispetto ad un catadiottrico. Con queste focali lo stabilizzatore può anche rappresentare un favoloso meccanismo per ottenere foto nitide.

Dopo le focali fisse sono stati inventati gli obiettivi a focale variabile, detti zoom, che dominano ormai da anni il mercato. Per realizzare gli zoom è stata necessaria la progettazione al computer di sistemi ottici a lenti flottanti, con vetri a bassa dispersione e l’uso di lenti asferiche. Questo è stato un traguardo significativo, che ha soddisfatto le necessità di molti fotografi. Anche gli obiettivi zoom possono essere raggruppati in tre categorie: standard, grandangolari e tele.

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Foglia ripresa da vicino con obiettivo macro.

Considerando la grande escursione focale, la massima luminosità costante di f/2,8 e la minima distanza di messa a fuoco macro, i 28-70mm e i 24-70mm sono diventati dei classici zoom standard professionali, utili in un numero enorme di situazioni, per viaggiare leggeri. Essi sono ben corretti per la distorsione e le altre aberrazioni. Per i formati APS-C ci sono gli obiettivi equivalenti da 17-55mm o 18-50mm, aperti sempre a f/2,8.

Il vero obiettivo tuttofare può essere un 24-85, un 24-120 o un 28-200mm, ma la luminosità è piuttosto bassa e varia tra 3,5 e 5,6 con una nitidezza ai bordi meno buona, specialmente alla massima apertura. Per i formati APS-C vi sono i 16-85, i 18-55, i 18-105 e i 18-200mm. Negli zoom c’è pure il problema della distorsione, a volte assai alta, che li rende inutilizzabili in foto con linee rette di architettura e paesaggi, quantunque oggi sia possibile correggere ciò al computer.

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Stretto di Messina con obiettivo 16-85 formato DX, equivalente a un 24-120mm.

Gli zoom grandangolari luminosi come i 14-24, i 20-35 e i 17-35mm sono utili nei reportage d’azione, a contatto con il soggetto. Hanno elevata flessibilità operativa. Comunque, se si cambia l’inquadratura con lo zoom non è come avvicinarsi al soggetto, o allontanarsi, per escludere i particolari che disturbano, perché così facendo si modifica la prospettiva e l’ingrandimento totale. Nel formato APS-C la scelta è ancora limitata al Tokina 11-16mm f/2,8.

Le ottiche zoom grandangolari meno aperte sono più numerose, meno ingombranti e pesanti, ma anche meno versatili per l’uso in condizioni di luce scarsa: limitano quindi la libertà espressiva del fotografo. Il 18-35mm è un esempio di zoom meno luminoso, utile per alcuni generi di ripresa, incluso il paesaggio e l’architettura. Per il formato APS-C vi sono il 10-20 e i 12-24mm, aperti a f/3,5 o a f/4, o a f/5,6.

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Santuario di S.Antonio con zoom 10-20 formato DX, equivalente a un 15-30mm.

Gli zoom tele 70-200mm luminosi sono i favoriti dei giornalisti, sebbene siano costosi e pesanti. Il loro costo è elevato, ma in luce debole o nella foto d’azione sono indispensabili. La grande luminosità permette di scattare a mano libera senza problemi di mosso e consente pure di mettere a fuoco con molta rapidità e precisione in situazioni di luce scarsa, tramite l’impiego di motori interni silenziosi e veloci. Le prestazioni in termini di nitidezza e contrasto sono buone e anche la costruzione è molto robusta e duratura.

I 70-300mm aperti a f/4-5,6 sono assai compatti e leggeri, adatti a chi non intende spendere grosse cifre. In luce ambiente debole però l’autofocus ha una risposta incerta e alla focale massima non possono competere con le focali fisse, specialmente ai bordi, dove il calo di nitidezza è sensibilmente evidente. Se si opera con diaframmi più chiusi come f/8 diventano più interessanti.

Gli zoom di lunghissima focale, infine, hanno il problema del trasporto manuale, a causa del peso e dell’ingombro, offrono luminosità interessanti, ma sono popolari solo tra i cultori della caccia fotografica, dello sport e i paparazzi. L’uso obbligatorio di questi obiettivi in congiunzione con un treppiedi robusto e pesante fa aumentare il numero degli attrezzi da trasportare. La qualità delle immagini è buona solo in condizioni di discreta illuminazione e rimane tale anche aggiungendo un buon moltiplicatore di focale.

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Regata velica dello Stretto di Messina con zoom 70-200mm f/2.8

In genere si tende a pensare che tutti gli obiettivi offrano buone prestazioni, che abbiano una costruzione solida e robusta, un autofocus rapido e silenzioso, ma purtroppo non è così. Esistono infatti obiettivi che ai bordi lasciano a desiderare come nitidezza, specialmente se si scende sotto f/8, e mostrano forti aberrazioni, rispetto ad altri apparentemente uguali. Nei negozi di materiale usato bisogna controllare attentamente ogni pezzo prima di effettuare la scelta definitiva, se si desidera portare a casa qualcosa di veramente buono. In antitesi, non bisogna credere che siano sempre indispensabili lenti asferiche o a bassa dispersione per avere immagini perfette.

Se si sceglie un obiettivo, nuovo o usato, prima dell’acquisto è meglio controllare il suo funzionamento e l’integrità della superficie delle lenti, che possono essere strisciate o con molta polvere all’interno. La solidità e la fluidità nei movimenti del diaframma e della messa a fuoco è pure molto importante. Non ci devono essere giochi nelle regolazioni, lenti che si muovono, attriti nello scorrimento. Ad esempio, la superiorità delle ottiche originali Nikon, con la resa qualitativa che rimane sempre su alti livelli, porta a consigliare il loro acquisto ed utilizzo, senza dimenticare però che esistono pure alternative interessanti e talvolta superiori. Nulla vieta di usare sempre ottiche universali economiche, ma queste non sempre si destreggiano bene con i loro rivali originali. La resa migliore di certi obiettivi consente di muoversi con agilità a qualsiasi valore del diaframma impostato, mentre con altri obiettivi si devono fare i conti con le aberrazioni che li affliggono. Comunque, le immagini poco ingrandite non saranno quasi mai deludenti, se si adoperano gli obiettivi con la giusta tecnica, neanche se scattate con ottiche scadenti. Se invece si desidera ingrandire ed osservare attentamente le foto realizzate, solo un obiettivo davvero buono sarà in grado di rivelare anche i dettagli più fini. La Nikon ha una reputazione molto buona, anche se si può preferire qualcos’altro.

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Rosa fotografata con uno zoom standard.

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Torre Ruggero con obiettivo grandangolare di 20mm.

In conclusione, se desiderate viaggiare leggeri scegliete uno o più zoom, come la terna 14-24, 24-70 e 70-200mm e simili, per il formato 24×36mm. Se, a priori, sapete cosa state andando a fotografare, portate solo le focali utili, ma se un po’ di peso e d’ingombro in più non vi creano problemi le focali fisse sono imbattibili.

Tabella delle focali.

Campo in gradi

Formato 24×36

Formato Nikon DX

(la focale si moltiplica per 1,5 volte)

Formato Canon

(1,6 volte)

180° fisheye circ.

8mm

4.5mm

4.5mm

122° grandangolo

12

8

7.5

114° grandangolo

14

9

8.5

110° grandangolo

15

10

9

180° fisheye diag.

16

10.5

10

104° grandangolo

17

11

10

100° grandangolo

18

12

11

94° grandangolo

20

13

12.5

84° grandangolo

24

16

15

75° grandangolo

28

19

17.5

63° grandangolo

35

23

22

46° standard

50

33

31

34° tele

70

47

44

28° tele

85

57

53

23° tele

105

70

66

18° tele

135

90

84

12° tele

200

133

125

8° tele

300

200

187.5

6° tele

400

267

250

5° tele

500

333

312.5

4° tele

600

400

375

3° tele

800

533

500

2.5° tele

1000

667

625

2° tele

1200

800

750

1.2° tele

2000

1333

1250

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FOTOGRAFIA CELESTE A VASTO CAMPO

domenica, 16 agosto 2009
listen it it FOTOGRAFIA CELESTE A VASTO CAMPO

Prof.Angelo Meduri

 

 

Dopo aver imparato a trovare le costellazioni e gli oggetti celesti più importanti, si può avere il desiderio di fissare l’immagine su un supporto. La fotografia celeste (o astrofotografia) offre numerose attrattive ed apre ampi orizzonti di ricerca ai cacciatori di immagini. In effetti, ci sono diversi vantaggi rispetto all’osservazione visuale:

1)   E’ possibile avere a disposizione un documento che testimonia definitivamente tutto quello che si è registrato con la fotocamera in quel giorno;

2)   L’immagine così ottenuta rappresenta un documento fedele ed oggettivo, mentre l’osservazione visuale o il disegno sono soggettivi;

3)   Le esposizioni fotografiche consentono di accumulare la luce e di rendere visibili gli oggetti più deboli, anche quelli invisibili ad occhio;

4)   Le pellicole ed i sensori digitali offrono una gamma di sensibilità ai colori dello spettro molto estesa, perciò possiamo cogliere immagini  nell’infrarosso e nell’ultravioletto, con i colori degli oggetti celesti fotografati;

5)   La zona di cielo inquadrata da una fotografia è molto più estesa di quella che si osserva all’oculare di un binocolo o di un telescopio.

L’evoluzione del mercato informatico sta facendo calare l’interesse per la fotografia analogica in favore di quella digitale, infatti la fotografia digitale resta la più nitida (decine di Megapixel) e la più economica da realizzare.

 

 

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Una reflex a pellicola.

 

    Per numerosi dilettanti appassionati di astrofotografia, la foto a vasto campo rappresenta il primo passo verso una visione più grande dell’universo di quella che il telescopio svelava alla mente del curioso. Per altri, questo può essere solo il primo passo sulla strada dell’apprendimento dei mezzi per realizzare fotografie molto belle ed eccitanti. Prescindendo dal motivo, la macchina fotografica reflex per il 35mm, dotata di un obiettivo normale da 50mm di lunghezza focale è lo strumento ordinario per la prima avventura in questo campo affascinante e misterioso. La macchina fotografica deve essere quindi reflex, dotata di posa B o T e provvista di un innesto per ottiche tra i più facilmente reperibili in commercio. L’impiego di un cavetto di scatto flessibile per agire a distanza permette inoltre di eliminare gran parte delle vibrazioni. L’otturatore deve restare aperto anche per diversi minuti, perciò è meglio se le batterie sono ben cariche.  

6615fa0f7cf26ed2a9a11cf2ff138524 FOTOGRAFIA CELESTE A VASTO CAMPO

Fotocamera reflex digitale moderna.

    Gli obiettivi fotografici comuni sono diffusissimi, spesso vengono sottovalutati, ma consentono di ottenere immagini spettacolari, se utilizzati opportunamente. Il 50mm è chiamato normale, perché inquadra le cose come l’occhio umano, mentre gli obiettivi con focali più corte vengono chiamati grandangolari e quelli con lunghezze focali maggiori del 50mm teleobiettivi.   La fotografia astronomica a vasto campo si occupa delle costellazioni, degli oggetti del profondo cielo (nebulose, ammassi stellari, galassie), della Via Lattea, delle meteore e delle comete. La lunghezza focale F dell’obiettivo determina l’ampiezza del campo inquadrato, che deve essere scelto in relazione alle dimensioni dell’oggetto da fotografare. Per la Via Lattea, presa  da una parte all’altra dell’orizzonte, occorre adoperare focali da 8mm a 17mm di tipo fish-eye (occhio di pesce, 180° di campo inquadrato). Per ingrandire alcune parti occorrerà un 50mm oppure un 85mm, o più, mentre per avere sul fotogramma anche i particolari del paesaggio sarà utile un super-grandangolare di 14-20mm. Se si vuole fotografare invece la nebulosa di Orione ci vorrà una focale superiore ai 300mm. La tabella riporta le dimensioni angolari del campo inquadrato da ogni obiettivo sul fotogramma 24×36mm del piccolo formato 35mm. Naturalmente, si possono adoperare formati più ampi, o più piccoli, come il formato APS (1,5-1,6 volte più piccolo del 35mm).  

 

 

Lunghezza focale in mm

Dimensioni del campo

Angolo sulla diagonale del formato 35mm

14

81,2° × 104,2°

114,2°

18

67,3° × 90,0°

100,4°

20

61,9° × 83,9°

94,5°

24

53,1° × 73,7°

84,0°

28

46,3° × 65,4°

75,3°

35

37,8° × 54,4°

63,4°

50

26,9° × 39,5°

46,7°

85

16,0° × 23,9°

28,5°

105

13,0° × 19,4°

23,2°

135

10,1° × 15,1°

18,2°

200

6,8° × 10,2°

12,3°

300

4,5° × 6,8°

8,2°

400

3,4° × 5,1°

6,1°

600

2,2° × 3,4°

4,1°

800

1,7° × 2,5°

3,0°

1000

1,3° × 2,0°

2,4°

2000

41’ × 62’

1,2°

3000

28’ × 42’

50’

  

Oltre agli obiettivi a focale fissa, vi sono quelli a focale variabile, meglio noti come zoom; con essi non sempre esistono dei vantaggi, i principali punti critici sono i seguenti:

1)   il meccanismo che fa variare la lunghezza focale generalmente tende a spostarsi    durante le lunghe pose, rovinando così le foto, tranne che non sia dotato di un blocco;

2)   il costo di un obiettivo a focale variabile di alta qualità fino ai bordi è assai più elevato di un’ottica a focale fissa;

3)   la luminosità dell’immagine fornita dagli zoom generalmente è inferiore a quella degli obiettivi a focale fissa;

4)   gli zoom distorcono le immagini più facilmente;

5)   gli zoom pesano di più.

Da ciò si può dedurre che, se si sceglie di utilizzare un obiettivo zoom, si dovrebbe controllare attentamente il suo funzionamento. Recentemente sono apparsi sul mercato degli obiettivi zoom professionali di alta luminosità (2,8) con lenti asferiche per eliminare la distorsione e gli altri difetti delle immagini: essi offrono risultati decisamente positivi, superando talvolta le focali fisse! Ho provato uno di questi zoom alla massima apertura ed ho notato che il comportamento era uniforme da un bordo all’altro, non c’era traccia di distorsione e le aberrazioni erano quasi invisibili, tuttavia il funzionamento può variare con la lunghezza focale. Se alle lenti asferiche vengono abbinate anche le lenti a bassa dispersione, persino l’aberrazione cromatica diventerà irrilevante ed usciranno immagini straordinarie, anche a tutta apertura. Inoltre, ho utilizzato un 300mm a tutta apertura (2,8) ed ho ottenuto sempre immagini puntiformi su tutto il campo inquadrato (anche agli angoli), segno di un’ottima correzione delle aberrazioni e della vignettatura già dalla piena apertura.

L’apertura relativa (o luminosità f=F/D) di un obiettivo fotografico convenzionalmente varia secondo il tipo di progetto adottato. Solitamente è possibile fare variare la luminosità da un massimo (2,0) ad un minimo (22,0). Tra uno scatto e l’altro c’è una variazione del 50% (il diametro D si riduce di 1,4 volte), perciò se si apre di uno stop un obiettivo si avrà il doppio della luce, mentre se di chiude di uno stop si otterrà una riduzione della metà. Le grandi aperture sono assai vantaggiose in astronomia, poiché gli oggetti celesti hanno basse luminosità intrinseche e si deve inseguire per lungo tempo.

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Alcuni filtri per obiettivi.

        L’inseguimento si effettua su di una montatura equatoriale con motore, dato che la Terra si sposta e gli oggetti sorgono, culminano e tramontano. Un errore comune che si osserva nelle foto a vasto campo è l’uso costante degli obiettivi alla massima apertura. Poiché quasi tutti gli obiettivi delle macchine reflex sono stati progettati per offrire la prestazione migliore a 1-2 valori dopo la massima apertura, l’uso dell’obiettivo a tutta apertura spesso accentua le aberrazioni, produce una vignettatura eccessiva e causa velature forti ed irregolari. Le ottiche delle macchine fotografiche comuni sono state progettate in modo da rispondere alle necessità dell’utente medio. Questi requisiti non sono tanto rigorosi come quelli della fotografia stellare, che è il test più severo per ogni obiettivo. Le aberrazioni sono difetti degli obiettivi che non si vedono facilmente sui ritratti o sulle fotografie di paesaggio. Oltretutto, nella maggior parte delle applicazioni di tutti i giorni, il fotografo è interessato soltanto alla parte centrale della fotografia, così le aberrazioni ai bordi passano inosservate. Per di più, nella maggior parte delle applicazioni fotografiche, gli obiettivi vengono utilizzati raramente in prossimità della massima apertura, il che rende meno appariscente la presenza delle aberrazioni e della vignettatura (=perdita di luce ai bordi).

Per le applicazioni astronomiche, il test più semplice per determinare l’apertura di diaframma migliore di ogni dato obiettivo è eseguire una serie di foto guidate del cielo notturno. Se l’obiettivo deve essere diaframmato oltre 2 valori dopo la massima apertura per ridurre le aberrazioni e la vignettatura a livelli accettabili, servirà poco nel lavoro astronomico. I vantaggi del diaframmare sono duplici: non solo si sopprimono le aberrazioni e la vignettatura, ma si riduce anche il velo di fondo, migliorando il contrasto da ogni parte. Con le nuove pellicole supersensibili che stanno uscendo, un’esposizione di 20 minuti a f/4 con una pellicola da 1000 ISO produrrà risultati stupendi. Con i sensori digitali riducete il tempo di posa almeno ad un terzo. Poiché le fotografie eseguite con un obiettivo da 50mm ed un motorino d’inseguimento di buona qualità non dovrebbero essere guidate con cannocchiali e oculari con crocicchio, non c’è motivo di rinunciare alla qualità per fare un’esposizione più breve. Per migliorare ulteriormente la resa degli obiettivi è conveniente utilizzare talvolta un filtro (UV, Skylight, giallo o rosso). Di recente sono comparsi sul mercato alcuni filtri, detti interferenziali, che bloccano certe lunghezze d’onda e ne trasmettono invece altre, tuttavia il loro costo resta ancora elevato.

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Le tracce stellari lasciate dopo 45 minuti di posa a f/4 con un obiettivo di 35mm su pellicola di 400 ISO.

 

 

    L’attrezzatura ideale comprende quindi una serie di obiettivi per poter riprendere meglio i vari aspetti del cielo nelle diverse stagioni. In estate potete fotografare bene la Via Lattea, molte nebulose e ammassi aperti. In autunno puntate gli obiettivi sulla galassia di Andromeda, l’ammasso doppio del Perseo e su Cassiopea. D’inverno spiccano Orione con le sue nebulose ed il Toro con i suoi ammassi. Disporre di diversi obiettivi vi servirà per riempire meglio il fotogramma secondo l’oggetto desiderato. Occorrono, in linea di massima, un 24mm, un 50mm ed un 300mm, oppure uno zoom 28-70mm ed un 300mm. Si può acquistare poi un moltiplicatore di focale 1,4x. La possibilità di avere l’autofocus qui è inutile, giacché si lavora sempre impostando la messa a fuoco sull’infinito (∞), è importante invece disporre di una grande apertura (2 o 2,8). Se potete permettervi solo un obiettivo la scelta per eccellenza è quella di un 50mm, anche usato. Se usate il formato APS dovete impiegare invece un 30mm o un 35mm. L’impiego di un trascinatore è indispensabile ed implica pure la conoscenza della messa in stazione verso il Polo Celeste, aiutandosi con la Stella Polare. Il treppiedi (o cavalletto) è un altro accessorio indispensabile per la buona riuscita delle foto.

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La cometa Hale-Bopp, apparsa nel 1997, fotografata con un obiettivo di 300mm a f/2,8 su pellicola di 800 ISO con una posa della durata di 8 minuti.

 

 

    Dopo aver montato un telescopio, nel luogo prescelto, sulla montatura equatoriale, si deve sistemare correttamente tutto l’insieme in modo da poter mantenere l’oggetto celeste costantemente puntato al centro del campo per ore. Ciò significa che si deve orientare con molta precisione la montatura del telescopio per farla funzionare perfettamente dopo aver bilanciato ogni parte dell’insieme. Per orientare correttamente l’asse polare della montatura esistono vari metodi, qui ne descriverò uno. E’ un metodo approssimato, che consente di fotografare con strumenti di corta focale in tempi abbastanza brevi. Questo procedimento permette di rendere l’asse polare della montatura parallelo all’asse di rotazione terrestre, in modo da riuscire ad annullare gli effetti del moto diurno, come previsto dalla teoria. Nell’emisfero boreale le stelle sembrano girare attorno alla Stella Polare ( Ursae Minoris), che è l’ultima stella della coda del Piccolo Carro. Gli appassionati che si recano nell’emisfero australe sono purtroppo meno fortunati dei loro colleghi, poiché le stelle prossime al Polo Sud Celeste non sono splendenti come la Stella Polare. Dunque, le stelle più vicine ai poli celesti sono la Polare (di magnitudine +2) e la σ Octantis (di magnitudine +5,5), che distano rispettivamente 48’ e 59’.  Innanzi tutto, si deve mettere in piano la montatura equatoriale, regolando la lunghezza delle gambe del treppiedi ed osservando la posizione della bolla di livello, finché non si sposta proprio sul centro. Le montature equatoriali alla tedesca spesso sono corredate da un cannocchiale polare (ad esempio 6×30, 8×50, 9×60, ecc.), perciò basta osservare direttamente nel cannocchiale per orientare correttamente l’asse della montatura. In pratica, la Polare deve rientrare in un apposito circoletto. Il cannocchiale polare ha un reticolo illuminato che contiene pure le posizioni delle stelle del campo vicine alla Stella Polare, regolabile tramite un disco orario ed un cerchio datario. I reticoli speciali servono proprio a facilitare l’allineamento polare della montatura. Questa regolazione permetterà di sistemare definitivamente l’inclinazione dell’asse polare della montatura e sarà utile ogni volta che si ritorna a fotografare sullo stesso sito. 

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Stelle sopra la città fotografate con un obiettivo di 24mm aperto a f/2.8 per 60s a 800ISO.

 

 

  Il problema più difficile da risolvere per la fotografia celeste è quello della presenza dell’inquinamento luminoso, dovuto alle luci artificiali dei centri urbani ed extraurbani. Questo fenomeno arreca disturbo alla buona riuscita delle fotografie e si manifesta nelle vicinanze dei centri abitati, a causa del riverbero dell’illuminazione, che alla fine renderà le foto inaccettabili, con un cielo dalla tinta gialla, verde o grigia. La soluzione del problema richiede l’uso di un buon paraluce e la ricerca di luoghi più bui, dove la Via Lattea risalta bene anche ad occhio nudo. In Italia, i cieli più bui si trovano in Valle d’Aosta, sull’Appennino tosco-emiliano, vicino Grosseto, al confine tra Abruzzo e Molise, al confine tra Basilicata e Calabria, sulle vette centrali della Sardegna.

Comunque, non crediate che sia possibile ingrandire le stelle come piccoli globi, perché la loro distanza richiede focali di 200 metri. Di conseguenza, una stella resterà sempre un puntino sia con un obiettivo di 35mm, che con un 2000mm.

Per evidenziare la rotazione della volta celeste stellata, basta sistemare la fotocamera su un treppiedi, fare scattare l’otturatore via cavo e lasciarlo aperto diversi minuti, anche fino a 10-15 minuti per pose digitali, usando basse sensibilità, come 100 ISO, e diaframmi piuttosto aperti, come 2.8 o 4. Con le pellicole la posa deve essere unica, anche di diverse ore, mentre in digitale si sommeranno diverse foto al computer, sempre per ottenere come risultato finale delle strisce lasciate dalle stelle più luminose nel cielo notturno. Per quanto riguarda le pellicole da utilizzare (fresche e ben conservate), è opportuno sceglierne una piuttosto sensibile 400-1600 ISO, se invece si vogliono ottenere stelle puntiformi. Inoltre, quando si porta a sviluppare il rullino, occorre specificare che si tratta di foto astronomiche senza margini ben definiti e che si devono sviluppare senza tagliare la pellicola (si dice sviluppo in striscia). Durante la fase dello sviluppo, infatti, il macchinario o l’operatore potrebbero tagliare a metà una foto, perché fanno fatica a distinguere lo spazio vuoto tra due fotogrammi e lo sfondo del cielo, solitamente sempre nero. Il tempo di posa limite in minuti è dato dalla seguente tabella, per un cielo buio, limpido e senza Luna. Si tiene conto anche del difetto di reciprocità delle pellicole impiegate.

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Rotazione delle stelle attorno al polo celeste nord ottenuta con un obiettivo di 35mm a f/4 e 2 ore a 200ISO.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tabella del tempo limite di saturazione in minuti per varie pellicole e cieli assai bui.

Apertura

100 ISO

250 ISO

400 ISO

800 ISO

1600 ISO

2,0

66 min.

24 min.

14 min.

6 min.             

3  min.

2,8

141

50

30  

14  

6  

3,5

233

83

49  

23  

10  

4,0

315

113

66  

30  

14  

5,6

671

240

141   

65  

30  

 

 

 

Tempo limite in secondi per macchine fisse sul treppiedi e stelle puntiformi

Obiettivo

0°

30°

45°

60°

20mm

30 sec.

35 sec.

42 sec.

60 sec.

24mm

25

29

35

50

28mm

21

25

30

43

35mm

17

20

24

34

50mm

12

14

17

24

100mm

6

7

8

12

300mm

2

2

3

4

La distanza in gradi è dall’equatore celeste, distante 90° dalla stella Polare.

 

 

Tipo di astrofotografia

Pellicola consigliata

Obiettivo e tempo di posa

Congiunzioni di pianeti

Luminosi al tramonto con

La Luna

100-400 ISO  come

Kodak Ektachrome E200

Fuji Provia 400F

35-70mm a f/2.8

Scattare quando l’esposi- metro segna 1-8 secondi

Costellazioni, aurore

800 ISO come

Fuji Superia X-tra 800

20-50mm a f/2.8

20-40 secondi

Costellazioni, Via Lattea,

stelle cadenti, con motore

800-1600 ISO

8-50mm a f/2.8

5 minuti

Foto con inseguimento al

telescopio

800-1600 ISO

14-300mm a f/2.8 

Fino a 5 minuti

 

 

 

 

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Kodachrome, una pellicola mitica

sabato, 4 luglio 2009
listen it it Kodachrome, una pellicola mitica

pubblicato da Derfy in: Varie

La pellicola Kodachrome è stata la preferita da generazioni di fotografi e fotoamatori.

La recente decisione di cessarne la produzione ha provocato nostalgia in quasi tutti, compresi quelli ormai passati al digitale.

In questo video e quello dopo il salto, Steve McCurry, autore della celeberrima foto “Ragazza afgana”, e Peter Guttman si guardano indietro e parlano di questa importante pellicola e del mondo fotografico.

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Onore al Kodachrome – www.reflex.it

mercoledì, 24 giugno 2009
listen it it Onore al Kodachrome   www.reflex.it

241429d42b3bd6ee246024b7c6d49dcb Onore al Kodachrome   www.reflex.it La storia si chiude. Da molti anni ormai la Kodak aveva mostrato l’intenzione di terminare la produzione della pellicola per diapositive a colori Kodachrome in vendita dal 1935. Ma le poteste degli utenti (e dei non utenti) l’avevano indotta a tenere in vita una piccola produzione le cui scorte si esauriranno nei prossimi mesi. Oltre al crollo delle vendite dovuto a nuove emulsioni e poi al digitale, la crisi del Kodachrome è dovuta alla scomparsa del cinema a passo ridotto (Super-8), poi alla difficoltà di reperire alcuni componenti chimici, all’aumento del costo degli stessi. Dal punto di vista pratico all’aumento del costo della pellicola, arrivato fino a 25 dollari, è corrisposta la quasi scomparsa dei laboratori in grado di trattarla. Oggi solo la ditta Dwayne’s Photo nel Kansas, è in grado di eseguire il trattamento. Inventata da due musicisti, Leopold Mannes e Leopold Godowsky (foto nella home) con l’hobby della chimica, è stata la pellicola che più ha segnato la storia della fotografia a cominciare dalla foto dell’incidente del dirigibile Hindemburg nel 1937, l’unica a colori. Per l’occasione Kodak ha creato una galleria di immagini famose dedicata alla pellicola nel suo sito ove saranno realizzati podcast dei fotografi Steve McCurry e Peter Guttman.

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Nikon Super Coolscan 9000 Ed

domenica, 31 maggio 2009
listen it it Nikon Super Coolscan 9000 Ed

Lo scanner multiformato è destinato specificamente all’impiego professionale

1be298655122b44a0f17b56837d274e9 Nikon Super Coolscan 9000 Ed Lo scanner multiformato Super Coolscan 9000 Ed è destinato specificamente all’impiego professionale.

Permette la scansione di originali 35mm, 120/220, 6×7, positivi 6×9, 16mm, formato microscopio elettronico ed altri formati ancora. L’obiettivo Scanner Nikkor ED di grande diametro, il sensore CCD a tre linee e la sorgente luminosa a LED sono stati migliorati per ottenere migliore qualità d’immagine e velocità di scansione. Queste caratteristiche di primo piano vi offrono il massimo per la grafica e l’immagine professionale.

Caratteristiche principali

* Multi formato (120/220, 35mm, ecc.)
* Risoluzione ottica reale di 4000 dpi.
* Conversione A/D a 16-bit.
* Obiettivo Scanner Nikkor ED di grande diametro.
* Illuminazione LED con barra di dispersione
* Scansione veloce (pellicola dia 35mm: 40 secondi; 6 x 9: 185 secondi).
* Nuovo sensore CCD di elevata qualità a tre segmenti.
* Nuovo algoritmo avanzato specifico per le negative colore.
* Scansione multi campionamento
* Autofocus e previsualizzazione rapidi.
* Interfaccia veloce IEEE 1394
* Ottimizzatore della qualità d’immagine.
* Digital ICE4 Advanced (TM) Digital ICE Quad Advanced) con Digital ICE Professional(TM)

Caratteristiche tecniche:
Risoluzione ottica [dpi] ………………… 4000
Formati pellicola ………………… Medium format (120/220), 35mm (135), 16mm, Electron Microscope, slide glass for microscope
Interfaccia ………………… IEEE 1394
Gamma densità ………………… 4.8
Area di scansione [max, mm] ………………… 56.9 x 83.7
Fonte di illuminazione ………………… R, G, B and infrareded (IR) LEDs; light source with rod disperser and light output slot
Schema ottico: lenti (lenti in vetro ED) / gruppi ………………… 6 / 14
Tempo di scansione approssimativo (35mm, 2900 dpi, no CMS, Windows Pc) [sec] ………………… 40
Dimensioni (L x A x P) [mm] ………………… 249 x 498.5 x 202
Peso approssimativo [kg] ………………… 9

c6d8bad1858e696a7f1334d8b49bf26b Nikon Super Coolscan 9000 Ed La serie di scanner Nikon Coolscan è l’unica ad utilizzare LED come fonte di illuminazione. I LED rappresentano una fonte luminosa stabile e precisa che non richiede manutenzione né tempo di preriscaldamento e non c’è alcun pericolo che la pellicola possa soffrire problemi di calore. L’illuminazione mediante LED assicura anche stabilità cromatica per una migliore fedeltà di riproduzione.

Nikon Colour Management System
Il sistema di gestione dei profili colore Nikon Colour Management System, detto anche Nikon CMS, offre una accurata riproduzione delle immagini sia a monitor che in stampa. Questo potente strumento permette di gestire i colori negli spazi calibrati RGB prima che i dati vengano trasferiti all’ applicazione che gestisce l’immagine. I profili che descrivono le caratteristiche colore ed il sistema di riproduzione (stampante o monitor) assicurano una elevata fedeltà di riproduzione in qualunque ambiente operativo. Ogni scanner della linea 2a82a310ed2b5280c8687f15bded1f6d Nikon Super Coolscan 9000 EdNikon Coolscan è compatibile con lo standard ICC (International Consortium Standard) versione 4.

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Breve gallery
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ba0662446c01e9cc1ee090a48a2adb10 Nikon Super Coolscan 9000 Edae3d7cee15c842a579fc2bb2a958ea24 Nikon Super Coolscan 9000 Ed4ad36fe4008cc00c7b59a4e31b9e027e Nikon Super Coolscan 9000 Ed1cb795f822bce10038524dd6fe627189 Nikon Super Coolscan 9000 Ed9edcf6a75d4ca6768453cbb6ad3bbdc7 Nikon Super Coolscan 9000 Ed

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Finepix da 12MP con Super CCD

domenica, 17 maggio 2009
listen it it Finepix da 12MP con Super CCD

9b9782d7d29941fddb01e92634e0c2d3 Finepix da 12MP con Super CCD 05.02.2009 - Si avvicina il PMA di Las Vegas e come sempre arrivano gli annunci dei prodotti che saranno in esposizione per la prima volta alla fiera americana. FUJIFILM, ad esempio, ha annunciato la Finepix F200EXR, la prima con il nuovo sensore della casa da 1/1,6 pollici Super CCD EXR da 12 milioni di pixel di risoluzione. Questo sensore sfrutta contemporaneamente i benefici che derivano da un’alta risoluzione, da un’alta sensibilità e da un estesa gamma dinamica (Wide Dynamic Range). La nuova F200EXR ha uno zoom 5x, equivalente nel formato 35mm ad un 28-140mm, un display da 3 pollici ed offre funzioni come il Dual Image Stabilisation, una sensibilità che raggiunge i 12800 Iso (solo a con risoluzione a 3MP), controlli manuali per lo scatto e le modalità scena automatiche EXR. Come l’ultima della serie F offre anche le impostazioni già predefinite di simulazione pellicola, per ottenere risultati simili a quelli che offrono le pellicole Fujifilm. Dovrebbe essere disponibile da marzo, ma ancora non si conosce il prezzo.

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Polaroid scatta e stampa

domenica, 17 maggio 2009
listen it it Polaroid scatta e stampa

d30faea9c88e7d14c03789f42e68dff3 Polaroid scatta e stampa 12.01.2009 - Con la tecnologia Zink (zero ink, ovvero a sublimazione) già sperimantata lo scorso anno in una piccola stampante digitale, la POLAROID ha annunciato la fotocmarea PoGo che dovrebbe rinverdire il concetto della fotografia istantanea della casa. In pratica alla stampante è stato aggiunto un modulo fotografico da 5 megapixel (come nei cellulari) con obiettivo a fuoco fisso. Se come fotocamera è decisamente semplice, come concetto la PoGo concretizza un brevetto di fine anni Settanta. L’apparecchio ha una memoria interna da 16MB ma può usare schede di memoria SD. Stampa in 60 secondi con un’autonomia di 20 stampe. Il progetto è stato presentato nonostante la Polaroid abbia richiesto l’amministrazione controllata e cessato la produzione di pellicola a sviluppo immediato. Costerà 199 dollari negli Usa, da marzo.

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Polaroid dice addio alle pellicole instant

domenica, 17 maggio 2009
listen it it Polaroid dice addio alle pellicole instant

64c248fcab6782c70147766d59026537 Polaroid dice addio alle pellicole instant 17,12,2008 - Tra agosto e settembre 2009, scadranno le ultime pellicole POLAROID a sviluppo immediato prodotte nei vari formati, dalle popolari 600 alle professionali 4×5 pollici. Il sito Polaroid Usa, ha annunciato lo stop alla produzione del materiale sensibile a fine anno. La casa americana fu fondata da Edwin Land nel 1937. Dopo la sua morte nel 1991, con al suo attivo un numero di brevetti inferiore solo a quello di Thomas Edison, la società chiese l’amministrazione controllata nel 2001 e nel 2002 fu acquistata dalla One Equity Partner e ceduta nel 2005 al Petters Group che utilizzò ed utilizza tutt’ora il marchio su prodotti diversi di elettronica di consumo, dai televisori alle mini stampanti alle cornici digitali. “A causa delle situazione di mercato, Polaroid ha cessato la produzione di quasi tutti i prodotti analogici per la fotografia immediata”, spiega un comunicato. “Polaroid ha anche preso la difficile decisione di cessare la produzione di pellicola a sviluppo immediato”. Gli appassionati ed i professionisti che ancora usano Polaroid fanno incetta di stock ove possibile.

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