domenica, 1 maggio 2011
Li abbiamo incontrati solo qualche giorno fa ed è con grande piacere che vi presento oggi un’intervista con i giovanissimi di Guerrilla Spam!
Non ho indagato volutamente sull’identità del gruppo, riporto nell’articolo solo alcune informazioni di dominio pubblico: come sappiamo dalle loro azioni, possiamo geolocalizzarli in Toscana (Firenze sembra il centro propulsore), mentre sul loro profilo di FaceBook come data di nascita ritroviamo 1986. Ma è di gran lunga più importante scoprire cosa fanno, come lo fanno e le motivazioni che spingono i ragazzi di SPM!. Di tutto questo abbiamo parlato in questa intervista che si è rivelata un bellissimo dialogo.
Prima di lasciarvi alle loro parole, vorrei spendere qualche riga di commento personale. Sono diverse le cose che mi hanno colpito dell’ateggiamento di SPAM!. Una di queste è il loro quesi rifiuto a definire i loro intervnti come “arte”: il loro obiettivo principale sembra essere comunicare, creare un’imprevisto capace di rompere la routine in cui siamo immersi quotidianamente. Il secondo è una radicale accettazione della transitorietà, che si sposa ad una relazione ecologica con l’ambiente urbano, come ci spiegano perfettamente in questa frase: “Insomma niente di ciò che facciamo vuole imporsi permanentemente nelle strade. La città è di tutti, e qui tutti possono dire la loro. Anche noi. Noi diciamo la nostra, ma lo facciamo alla pari del cittadino comune, che può essere ascoltato come ignorato.”
Per rappreentarli ho invece scelto il video di una delle loro ultime perfoemence “BEVIMI”. Per avere un’idea complessiva del loro lavoro consiglio invece di visionare il sito: vi accorgerete come questo giovanissimo gruppo sia riuscito a creare un’iconografia molto forte e definita, a mio avviso capace di comunicare e farci riflettere. Buona lettura.
Guerrilla SPAM. Prima di tutto come e perchè nasce il vostro nome e cosa fate: l’accostamento fra due tecniche/tattiche come la guerriglia e lo spam è interessante e mi ha subito incuriosito.
Innanzitutto si parte da SPAM. Questo è un nome semplice, immediato, un nome che ricorda la famosa carne in scatola americana, ma anche le e-mail indesiderate che riempiono di “pubblicità abusiva” le nostre caselle di posta elettronica. Noi volevamo essere al tempo stesso come queste e-mail, ovvero abusivi, ma anche il loro opposto, ovvero piacevoli e provocanti al tempo stesso. La guerriglia poi è venuta da sola… In una realtà della comunicazione come quella attuale, dove appunto non esiste comunicazione, se vuoi farti sentire, se vuoi esprimerti e dar voce alle tue idee, allora i canali ufficiali fatti di compromessi non vanno bene, è necessario guadagnarsi con rispetto e pazienza dei modi alternativi per dire ciò che tutti pensano ma che nessuno dice. Noi lo diciamo e tutto questo si chiama guerrilla SPAM.
Siete apparsi da pochissimo tra Firenze e Siena, ma mi sembrate già attivissimi: ci volete raccontare qualcuna delle vostre azioni, ad esempio “BEVIMI” o Tele-Stupriamoci? Nel primo caso, dal video i passanti sembravano incuriositi, mentre nel secondo vorrei sapere se ci sono state reazioni da parte degli abitanti e qual’è l’impatto secondo voi di un’azione di street art in un piccolo centro…
Il primo attacco in strada che abbiamo fatto risale solo a cinque mesi fa. SPAM è cresciuto in fretta e molto bene, e questo, oggi, lo possiamo affermare osservando le reazioni generalmente positive dei cittadini che ogni giorno s’imbattono nei nostri attacchi. Molti ci incoraggiano e ci stimano, tuttavia c’è sempre chi ci strappa via i manifesti, oppure chi si preoccupa con cura di staccarli delicatamente per portarseli a casa… C’è poi chi li fotografa, chi ci ride sopra e chi li ignora. C’è chi cerca di promuoverci e chi ci sostiene via web. Un sostegno perenne che è aumentato notevolmente con l’ultimo attacco “BEVIMI!”, nel quale abbiamo lanciato cento sardine nella fontana della stazione di Firenze. E’ stato uno degli attacchi più impegnativi e meticolosi da organizzare; eravamo veramente molti e tutti coordinati per eseguire l’azione in un tempo breve come 7 – 8 secondi. Il rischio era alto perché il tutto andava fatto di giorno, ma la gente ha apprezzato da subito questo nuovo intervento che sicuramente aveva un che di “scenografico”. Tantissimi i passanti che si sono fermati a guardare e fotografare le sardine morte nell’acqua, la gente era divertita e “riflessiva” al tempo stesso. Ci siamo messi ad ascoltare i commenti delle persone, ed è emerso ciò che noi volevamo: l’attacco era ironico e faceva sorridere, ma mentre si strappava un sorriso ai passanti, ognuno elaborava la sua considerazione e “morale” del problema. E questo era l’obbiettivo di SPAM.
“tele-stupriamoci” è stato invece un attacco differente. Era mirato e studiato per essere realizzato in un centro storico di un piccolo paese come Colle Val d’Elsa (Siena). Volevamo testare l’approccio che le persone avrebbero avuto con i manifesti di SPAM. Ebbene i quaranta omini-tv che abbiamo disseminato per il paese hanno destato la curiosità della gente, specialmente lì, dove qualsiasi minima novità è percepita dagli abitanti del paesino come un drastico cambiamento. L’esperimento è riuscito bene, e abbiamo osservato un approccio a SPAM differente da quello più distaccato che può avere un cittadino di una grande città. L’effetto di “tele-stupriamoci” ci ha intrigato, e vogliamo portarlo in altri centri abitati…
Nella vostra produzione c’è un richiamo costante alla temporaneità, quasi un approccio “ecologico” ma anche in senso culturale: arte che si rimuove e che viene riassorbita dall’ecosistema urbano. Che ne pensate?
Questo è vero. Vogliamo precisare però che nelle nostre intenzioni non c’è l’obbiettivo preciso di fare arte. Ci piace dire che noi facciamo comunicazione, o per lo meno, provochiamo e lanciamo messaggi alle persone, e il nostro obbiettivo è quello di creare “un imprevisto”, di sovvertire almeno in parte la solita routine quotidiana. Quasi tutto quello che facciamo ha una vita breve. Molti manifesti attaccati cinque mesi fa, sono ancora lì sui muri, ma molti altri si sono decomposti autonomamente, riassorbiti dalla città stessa, sono stati strappati dalle persone, si sono macchiati dell’umidità insistente delle vecchie case. Insomma niente di ciò che facciamo vuole imporsi permanentemente nelle strade. La città è di tutti, e qui tutti possono dire la loro. Anche noi. Noi diciamo la nostra, ma lo facciamo alla pari del cittadino comune, che può essere ascoltato come ignorato.
Nell’incipit del vostro sito affermante che SPAM nasce per contrastare il potere della comunicazione mediatica e della disinformazione. Nella vostra iconografia è presentissimo il tema della televisione: tv antropomorfe (o uomini-tv), animali-tv antenne televisive, cavi e così via. Con l’era digitale si parla sempre più del “prosumer” cun “consumatore-produttore” di informazioni che ha un ruolo attivo: voi che ne pensate? Questo prosumer ha i mezzi (o gli anticorpi in qualche modo) per difendersi dalla comunicazione di massa? e dalla disinformazione?
La comunicazione di massa non deve preoccuparci. Almeno in Italia non esiste. Esiste piuttosto un sistema corrotto fatto di disinformazione, che con il finto intento di informare, crea solo menzogne di basso livello pronte per essere assimilata dalle persone. I nostri Tg vendono quotidianamente notizie-burla, utilissime per “rincitrullire” o meglio “deviare” l’attenzione della gente dai problemi reali. Si costruisce un paese che non c’è, e la televisione, ancora oggi ha il suo ruolo primario in questa campagna d’imbarbarimento delle folle. L’unico modo per salvarsi, è cercare l’informazione alternativa in modo autonomo ad esempio con la rete. I nostri attacchi non sono la soluzione a questo sistema in crisi. In fin dei conti le nostre provocazioni criticano soltanto una realtà negativa, non propongono soluzioni al problema. Ma noi non facciamo politica, non vogliamo dare risposte risolutive, anche perché non ne abbiamo. Ci limitiamo a lanciare un input, un messaggio, sarà poi il cittadino che formerà il dibattito, la discussione, e speriamo un giorno, il cambiamento.
Infine ultima domanda: v rivedremo presto all’azione? ci volete/potete dare qualche anticipazione?
Abbiamo in progetto molti nuovi attacchi. Li dobbiamo condensare e disseminare gradualmente… Possiamo dire che uno dei prossimi attacchi riporterà alla luce un fatto di cronaca nera di qualche mese fa, che come tutte le notizie-bolla, viene strumentalizzato, acclamato e poi dimenticato. Sarà un attacco un po’ “brutale” ma speriamo che le persone siano pronte a reggere il colpo. Adesso siamo intensamente al lavoro, e non possiamo dire che tutto ciò non ci piaccia e non ci diverta incredibilmente. SPAM era nato come un esperimento “simpatico”, un po’ improvvisato, fatto per provocare e far sorridere… adesso è la nostra opportunità per creare.
Il mondo di Guerrilla SPAM!: abusivo, piacevole e provocante – Intervista é stato pubblicato su artsblog alle 19:51 di giovedì 28 aprile 2011.


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mercoledì, 6 aprile 2011

Qualche giorno fa ho scritto un post su un progetto che con mia piacevolissima sorpresa ha coinvolto i lettori del blog: tanti “I like” su Facebook e diversi commenti: ReeDo – riusare per piacere.
Eccoci dunque con un intervista a Giampaolo Proni, come si definisce lui “il docente che ha avuto la folle idea di mettere in moto tutto questo… (assieme a Fethi, per dirla tutta). Come probabilmente molti di voi ricorderanno, Reedo ha appena inaugurato una mostra-evento presso lo store di IKEA Rimini. L’intevista è l’occasione per capire cosìè e come si è sviluppato il progetto, ma anche per saperne di più sulla mostra che ha riscosso un notevole successo, tanto che l’esposizione si è protratta fino a mercoledì 30 marzo.
Detto questo, vi lascio alle parole di Giampaolo e faccio i miei migliori auguri al team per le prossime azioni di cui li vedremo protagonisti. Vi invito infine a dare un occhio alla pagina dedicata allo staff: dà un idea molto concreta e tangibile di quanto ReeDo sia riuscito a coinvolgere realmente gli studenti ed è un valore enorme.
- Reedo. Come nasce e come si sviluppa l’idea. Partiamo dal nome, ci sembra interessante.
E’ stato un lavoro di creazione collettiva e quasi tutto fatto in rete, usando il nostro strumento di lavoro, la piattaforma open source Moodle. Siamo partiti dal concept, e abbiamo fatto un brain storming tras tutti: docenti e studenti del workshop. Il concetto era ri-uso, ma anche valore estetico, perché facciamo moda, e un certo aspetto ludico. Ognuno proponeva dei nomi, e poi alla fine ognuno ha votato. E’ il metodo che seguo sempre e funziona. “ReeDo. Riusare per piacere” ha vinto con grande distacco. Pensa che ReeDo ha un significato anche in cinese! Abbiamo sempre un gruppo di studenti cinesi nella nostra classe alla Magistrale in Moda.
[Continua dopo il salto …]
Mostra ReeDo presso lo store di IKEA Rimini







- I ragazzi sembrano i veri protagonisti del progetto: mi incuriosisce sia la loro risposta sia quella delle istituzioni. Non è banale riuscire a portare una lezione “fuori” dall’aula: come ci siete riusciti?
Non è stato veramente difficile. I colleghi mi guardano come uno un po’ strano, ma la moda è un ambito nel quale la creatività è un obbligo, e comunque siamo una comunità abbastanza unita. Anche se insegniamo materie diverse, che vanno dalla Letteratura al design, dalla storia della moda all’organizzazione delle imprese.
- Parliamo di Reedo a IKEA. So che è difficilissimo convincere il cosso svedese a ospitare un evento: ci racconti come è andata?
Anche qui è andata con molta semplicità. Avevamo conosciuto Chiara Farneti, che si occupa del sociale per il negozio di Rimini, ad Ambiente Festival, e l’abbiamo contattata per sapere se IKEA voleva collaborare con noi per il workshop Designing the Sense 2011. Hanno accettato e così è nato ReeDo@IKEA. Abbiamo lavorato molto bene, con persone giovani e molto valide. Tra parentesi, Ambiente Festival probabilmente non si farà più perché Andrea Zanzini, l’assessore del Comune di Rimini che lo curava, è stato messo fuori dalla giunta. Avevamo collborato bene con lui. Pare che quando un politico è valido debba essere scaricato!
- La mostra ha riscosso successo: per chi non ci è stato, ci vuoi parlare delle due installazioni principali?
La prima, Tautology, era una capsule collection curata da ReeDo Couture, il team di sartoria del ri-uso coordinato da Cristiana Curreli, e aveva come vincolo di progetto l’uso (il ri-uso) di tessuti IKEA. Il tema scelto era appunto la tautologia come ridondanza, ripetizione. Hanno fatto dei lavori fantastici: c’è un paio di calzoni veramente splendido! Durante la performance, le ragazze indossavano dei capi finiti e nello stesso tempo terminavano altri capi. In diretta davanti al pubblico. Anche le loro ‘divise’ sono state create da loro stesse.
La seconda, BodyPlane, coordinata da Fethi Atakol, il direttore artistico del Workshop, sviluppava il rapporto tra un piano, un pannello bianco di 1m x 2, il corpo umano e alcuni oggetti IKEA. I corpi dei ragazzi e delle ragazze attraversano il pannello e creano delle scene con prodotti IKEA, su diversi temi. Una serie di questi pannelli poteva essere interpretata dal pubblico e le foto venivano fatte da noi e poi postate sul web.
Il gioco è rendere umano, divertente, un prodotto che oggi è il vero pop, non più il pop di Warhol della zuppa Campbell ma quello del design funzionale svedese. Credo che la simpatia italiana abbia contaminato bene la democratica e razionale forma scandinava.
ReeDo – riusare per piacere. Intervista a Giampaolo Proni é stato pubblicato su artsblog alle 11:27 di martedì 05 aprile 2011.


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lunedì, 20 dicembre 2010
Primo capitolo del corso C2 della sQuola Romana di Fotografia.
Si ringrazia prima di tutto 16ale16 per i contributi ad alcune parti di questo testo, poi flasher e tutti gli altri membri dell’organizzazione scolastica per gli spunti di discussione ed i suggerimenti.
Dopo aver affrontato il primo corso introduttivo (C1: Profondità di campo focale,diaframma e distanza, iperfocale) eccoci ad entrare nel mondo in cui la tecnica (intesa come fredda applicazione di regole matematiche) lascia il posto al senso artistico del fotografo e in cui non si riesce più a trovare consensi unanimi, ma ogni ragionamento può essere viziato da considerazioni ed esperienze personali.
Innanzitutto poche considerazioni generali.
Cos’è la Composizione? Difficile (se non impossibile) darne una definizione esaustiva o che almeno lasci intendere i tanti aspetti che ci si riferiscono.
Partendo da wikipedia: Composizione, nel linguaggio artistico, indica la disposizione/collocazione degli elementi all’interno di un campo visivo.
Se in pittura è l’artista a decidere come collocare gli elementi, in fotografia abbiamo dei vincoli spesso molto stingenti e dobbiamo usare la tecnica per ‘comporre’ una scena di cui non siamo i padroni. Questo è probabilmente l’aspetto più affascinante della composizione fotografica: riuscire a dare una lettura personale ed unica di una scena altrimenti ordinaria e poco interessante.
Come e più che nei confronti di un quadro il risultato potrà non piacere a tutti, anzi più larga sarà la base di consensi per una foto, più questa rischierà di essere ordinaria; solo i grandi artisti riescono a stupire le masse, i comuni mortali si devono accontentare di ottenere un consenso (ma non è poco
)
Dove leggere di composizione (studiare non può limitarsi al leggere, ma è indispensabile tanta pratica)?
Esistono migliaia di testi, classici e moderni. Ciascuno di voi potrà trovarne altri, ma da un elenco bisogna pur partire.
Senza scadere sul Composition for dummies o andare su trattati accademici, alcuni testi non banali, ma accessibili sono:
- Michael Freeman – L’occhio del fotografo (The-Photographers-Eye). Letto in italiano (ben tradotto). Il migliore dei tre, approfondito ed appassionante.
- Bryan F Peterson – Learning to See Creatively. Letto in inglese. Stile molto moderno e dissacrante (come l’autore) è una raccolta di ricette pratiche.
- Robert Hirsh – Light and Lens – Photography in the Digital Age. Letto in inglese. Spazia oltre la composizione e contiene anche interessanti elementi di storia della fotografia come arte visuale.
Passiamo ora al corso.
Il corso C2 è intitolato: Inquadratura, lunghezza focale e prospettiva, regola dei terzi, rapporti aurei, simmetrie ed asimmetrie.
Il suo indice è:
- Inquadratura
- Lunghezza focale e prospettiva
- Regola dei terzi e rapporti aurei
- Simmetrie ed asimmetrie
Ne svilupperemo uno alla volta, in modo da favorire la discussione.
CAPITOLO UNO: Inquadratura
Troppo spesso questo che, a ragion veduta può essere considerato il primo elemento che abbiamo a disposizione nel curare la composizione fotografica, viene bistrattato dai fotografi intenti a puntare un soggetto che ha attirato la loro attenzione, salvo poi rendersi conto che il soggetto si perde nell’insieme, che è troppo ‘piccolo’, che ci sono elementi di disturbo o che al contrario mancano elementi di contesto utili a valutare pienamente il soggetto in relazione a ciò che ci ha permesso di notarlo.
Come si deve dunque scegliere l’inquadratura?
La scelta di una determinata inquadratura è prima di tutto il mezzo che abbiamo per escludere dalla vista dell’osservatore quello che non ci interessa o che non deve distrarre l’osservatore dal vero soggetto della nostra foto.
Alcune citazioni dotte sul tema.
“The camera is nothing but a vacuum cleaner picking up everything within range. There has to be a higher degree of selectivity.” – Ray Metzker dice che la nostra macchina altro non è che una aspirapolvere che raccoglie tutto quello che trova nell’inquadratura e che quindi dobbiamo essere selettivi; il fatto di essere selettivi ci costringe a doverlo essere a volte in modo spietato.
Ecco un’immagine di Ray Metzker, tagliata senza tanti complimenti:

“There is nothing worse than a sharp image of a fuzzy concept.” – Ansel Adams dice che nulla è peggio di un’immagine nitida di un concetto confuso (o sfocato, giocando sui tanti significati di sharp e fuzzy); egli membro fondatore del gruppo f/64, paesaggista sopraffino in quegli immensi spazi dello Yosemite Park ci ha abituato ad immagini piene di significato.
In questa famosa immagine Ansel Adams inserisce uno scorcio di paesaggio in modo che l’inquadratura valorizzi i rapporti esistenti tra le varie parti senza distrarre.

“If your pictures aren’t good enough, you aren’t close enough.” – Robert Capa dice che se la nostra foto non è abbastanza buona, allora non siamo abbastanza vicini; il reporter delle guerre ha un bel coraggio a dire di fare un passo avanti, ma l’impatto di certe sue fotografie è proprio legato al fatto che le inquadrature proiettano l’osservatore nella storia.
In una delle sue famose immagini, tecnicamente compromessa, l’inquadratura stretta sul soggetto pur rispettando il minimo di contesto necessario, ci proietta sulla spiaggia della Normandia.

Il noto motto ‘Fill The Frame‘ (riempi l’inquadratura) significa che è importante che l’inquadratura scelta racchiuda ciò che vogliamo rappresentare e, per quanto possibile, nulla più.
Spesso, analizzando una foto, ci capita di notare ‘elementi di disturbo’ che distarggono l’osservatore e non si riescono a collegare con il resto di ciò che cade dentro l’inquadratura.
Il fotografo ha davanti due scelte compositive di fronte a questo tipo di situazione:
- Eliminare dall’inquadratura ogni elemento superfluo rispetto al soggetto in modo da dare un messaggio semplice ed il più possibile univoco all’osservatore.
- Lasciare nell’inquadratura almeno alcuni degli elementi non immediatamente riconducibili con il soggetto. La presenza di soggetti (o oggetti) molteplici nell’inqudratura logicamente separati introduce potenzialmente nella foto tensioni dinamiche e contrasti che sono alla base di una composizione creativa. In questo caso ovviamente i rischi di fare ‘fiasco’ sono molto maggiori, per cui in assenza di motivazioni valide e di una consapevilezza del messaggio che si vuole dare fill the frame rimane il must.
Prelevando dalla mia esperienza personale, ecco un esempio del quale mi ricordo una sofferta ricerca dell’inquadrata più efficace. L’Estasi di Santa Teresa è un’opera magnifica che coinvolge l’osservatore, ma l’ambientazione tipica del barocco funziona molto bene dal vivo, mentre io non sono riuscito a trovare una rappresentazione che fosse valida usando un campo largo. Ecco che allora ho scelto di concentrarmi sul rapporto tra l’angelo e la santa, con un taglio deciso che ‘incorniciasse’ i due protagonisti.

Nell’ammirare le forme plastiche della Fontana del Nettuno a Roma, invece ho scelto di escludere ogni forma di riferimento esterno per rendere la foto astratta (pur potendo riconoscere i particolari) e decontestualizzata: forme e basta.

L’inquadratura e le linee
L’inquadratura gioca un ruolo importante anche per enfatizzare, in modo che può essere gradevole o meno, particolari elementi della foto.
Il principale di questi elementi che vengono fortemente influenzati dall’inquadratura è la linea.
Proprio per il fatto che l’inquadratura è una cornice fatta di linee, perpendicolari tra loro, grande importanza possono assumere i rapporti tra le linee che sono presenti nella foto e quelle che la incorniciano.
Allineare quindi linee presenti nell’immagine con i bordi dell’inquadratura porta ad enfatizzarle.
Un allinemento imperfetto risulta per molti versi sgradevole, perchè l’occhio è portato a cercare il parallelimo e, non trovandolo, rimane insoddisfatto.
Un tentativo imperfetto di giocare con le linee della facciata di Santa Maria sopra Minerva rende comunque le linee protagoniste al punto da trasformare l’immagine in una rappresentazione piatta, quasi fosse un foglio con stampati su note e pentagramma.

Per ragioni simili la presenza di angoli decisi tra le linee presenti nell’immagine ed i bordi della fotografia crea un effetto dinamico.
In questa immagine, sempre alla Fontana del Nettuno a Roma la presenza di un pezzo di obelisco verticale da un riferimento stabile all’immagine, mentre la lancia inclinata aggiunge tensione dinamica. La lancia non è in realtà l’unica linea presente, altre immaginarie appaiono e guidano l’osservatore ad esplorare la scena.

In conclusione curare un allinemento perfetto con i bordi o allontanarsi decisamente da esso, pena il laconico commento: “La foto è storta”.
L’inquadratura e la terza dimensione
L’inquadratura definisce due dimensioni fondamentali di una rappresentazione bidimensionale di un mondo a tre dimensioni. Se questo rappresenta uno degli elementi di fascino della fotografia, è anche vero che la terza dimensione va gestita in modo consapevole.
La profondità di campo (argomento studiato nel corso C1), applicata coerentemente alla scena aiuta a rendere la profondità della scena. Se lo sfondo incluso in una certa inquadratura non è interessante e disturba la scena la soluzione di sfocarlo è un classico.
Quando non si riesce ad evitare di mettere in relazione il soggetto con lo sfondo o si vuole che questo succeda allora entrano in gioco altri elementi che possono favorire o meno una composizione adeguata. Il discorso non è banale, ma è comunque importante considerare tutto ciò che entra dentro l’inquadratura, soggetto o sfondo. E’ importante, se lo sfondo non è rilevante ai nostri fini, che il soggetto sia chiaramente distinguibile da esso, ma questo è un tema che verrà affrontato più avanti.
Altri fattori, come le proporzioni tra le varie parti che compongono l’inquadratura (o vedremo nel capitolo 3) o i rapporti di simmetria e asimmetria (li vedremo nel capitolo 4).
La prospettiva, resa dal rapporto tra le distanze in gioco e quindi legata al punto di ripresa abbinato ad un opportuna focale (argomento del prossimo capitolo), è un elemento altrettanto cruciale.
L’inquadratura come strumento scenico
Dal punto di vista narrativo l’inquadratura può molto, permettendoci di includere o meno un oggetto nella storia che vogliamo raccontare o rappresentare. Molte sono le leve compositive che abbiamo a disposizione per scrivere questa storia e verranno affrontate man mano, ma per adesso basti pensare che tutto ciò che lasciamo entrare nell’inquadratura deve avere un ruolo. Una ripetizione, una simmetria, o invece un motivo troncato oppure una asimmetria sono messi a disposizione per noi, ma possiamo fare molto con l’inquadratura per enfatizzare o meno questi aspetti.
I formati
Un elemento doveroso da citare è rappresentato dai formati. Questi sono direttamente collegati al rapporto di aspetto (aspect ratio) che li caratterizza.
Molti sono i rapporti d’aspetto ovvero le proporzioni tra base ed altezza dell’inquadratura utilizzati nelle arti visive e tanto il cinema, quanto gli altri mezzi di fruizione di immagini hanno condizionato la nostra cultura a ruguardo.
In fotografia dominano i cosiddetti rapporti in proporzioni aromoniche:
- 1/1 ovvero quadrata
- Vari tipi di rettangoli con i lati in proporzioni: 1/2, 2/3, 3/4, 4/5.
E’ importante scegliere consapevolmente il formato di riproduzione della nostra fotografia perché l’inquadratura ne dovrà tenmere conto.
Se è vero che si possono tagliare le foto come si preferisce, è vero che discostandoci da rapporti già visti genereremmo nell’osservatore un probabile disagio (da sfruttare o meno).
Sui formati si suggerisce questa interessante lettura di approfondimento.
Per rendere l’idea dei vari formati usati nella fotografia ecco un’illustrazione con le note degli esempi più comuni per ogni formato.

Oggi in fotografia si è spesso influenzati dai rapporti d’aspetto tipici del cinema, specie quelli panoramici di cui sono qui illustrati i più diffusi.

Orientamento dell’inquadratura
Un tema collegato al formato è l’orientamento dell’inquadratura: verticale od orizzontale.
Dato per scontato che esso deve rispondere alle esigenze descritte fin’ora (riempire il fotogramma, rispettare le linee presenti nella scena) va detto che il formato orizzontale restituisce un senso di stabilità, mentre quello verticale è più dinamico.
Per scegliere l’orientamento giova molto una prima analisi del soggetto, da fare prima di inquadrare.
Sebbene non esista una risposta univoca a questo interrogativo, c’è un concetto da seguire (che non è legge scritta), che può essere di aiuto. Analizziamo infatti il soggetto e vediamo in quale direzione principale si sviluppa. Se ad esempio davanti a noi è il Colosseo, sicuramente questo sarà più largo che alto e quindi un orientamento orizzontale sarebbe da preferisi; mentre se scattiamo ad una persona, questa (quanto meno glielo auguro
) sarà più alta che larga e quindi un orientamento verticale sarebbe da preferirsi.
Rompendo questa regola (consapevolmente) si può inserire una tensione dinamica in una foto con sviluppo orizzontale ripresa invece in verticale od il viceversa; le ampie zone vuote (o non impegnate dal soggetto) lasciano spazio per l’osservatore da esplorare e chiedersi perché. Il più delle volte si chiederà: “Perché ha scelto questa inquadratura?”
Inquadratura, distanza dal soggetto e lunghezza focale
La distanza dal soggetto e la lunghezza focale sono due punti molto importanti da valutare. Quando si studia un’inquadratura ci si trova spesso a ragionare sulla focale più conveniente per fare entrare tutto quello che vogliamo (o per escludere quello che non vogliamo). E’ importante in questo caso ricordarsi che abbiamo anche i piedi e cercare un punto di ripresa adatto ad inquadrare tutto (e solo) quello che desideriamo usando la focale che ci piace. Il tema della focale da usare e della relazione tra punto di ripresa e prospettiva verrà affrontato nel prossimo capitolo, ma già ora iniziando a studiare le inquadrature, sperimentiamo diverse soluzioni di focale abbinate a diversi punti di ripresa. Anche questo è un modo per includere o escludere un oggetto dall’inquadratura, allineare i bordi con una linea od enfatizzare l’inclinazione di alcune linee rispetto ai bordi.
Inquadratura ed inclinazione verso l’alto o verso il basso della fotocamera
Cercando l’inquadratura perfetta, oltre a girare ansiosamente la ghiera dello zoom, ci si trova spesso a roteare l’obiettivo come fosse un fucile in caccia di immagini rare (shot non per niente significa sparare). Vedremo nel prossimo capitolo che l’inclinazione verso l’alto o verso il basso dell’obiettivo (basculaggio) produce distorsioni prospettiche (altrimenti dette linee cadenti) che in genere non donano all’immagine, specie se si tratta di architettura. Chiaramente una rottura netta di questa regola produce tensione dinamica notevole che può essere sfruttata (vederemo nel prossimo capitolo), ma va gestita con attenzione.
Un passo indietro può essere spesso una soluzione corretta più che l’accorciamento della focale, specie se si tratta di focali grandangolari.
Inquadratura e inclinazione a destra o sinistra della fotocamera
Un altro elemento da considerare nella corretta inquadratura è quello dell’inclinazione della macchina, che è ben diversa dal basculaggio. Mentre infatti per basculaggio si intende l’inclinazione verso l’alto o verso il basso, l’inclinazione indica se la macchina è inclinata (scusate la tautologia) verso destra o verso sinistra.
Foto con la macchina inclinata riprendono l’orizzonte non perfettamente orizzontale, ma inclinato e quindi la foto appare storta. Questo difetto può essere molto fastidioso in alcuni scatti, specie se la linea dell’orizzonte è ripresa nello scatto. Ad esempio se scattiamo la foto ad un lago o al mare, la linea dell’orizzonte deve essere dritta (orizzontale), avete infatti mai visto un orizzonte inclinato? Si svuoterebbe il lago 
Come si fa a gestire questa variabile? Beh la prima cosa da fare è quella di attivare il reticolo nel mirino della propria fotocamera, laddove presente. Infatti questa funzione permette di visualizzare delle linee orizzontali e verticali nel mirino, che ci permettono di inquadrare correttamente. Ad esempio, per l’orizzonte, basta far sì che questo sia parallelo ad una delle linee orizzontali che si vedono nel mirino.
Alcuni modelli di reflex permettono di avere anche un altri strumento molto utile nello scattare orizzontale: l’orizzonte artificiale. In particolare questa funzione permette di sapere se la macchina è effettivamente “dritta” e se invece pende, in quale direzione.
Come abbiamo già detto più sopra a proposito delle linee e del loro rapporto con l’inquadratura le foto vanno fatte o molto storte o ben diritte, specie se in esse entra ima linea (l’orizzonte già citata, il bordo di un muro, la parete di un palazzo, una colonna, …) di cui si riconosce in modo inequivocabile quale debba essere l’inclinazione naturale.
Conclusioni
Molti altri sono i motivi per curare l’inquadratura e moltissimi i rapporti che è possibile creare tra questa e i soggetti contenuti nella foto, ma questi fatti dovrebbero da soli bastare a convincerci che l’inquadratura è il primo elemento da curare per qualsiasi composizione.
IL DECALOGO SULL’INQUADRATURA
A seguire una serie di regole, da infrangere solo dopo averle rispettate per un bel po’
- Scegliete il formato prima di scattare per quanto possibile. E’ vero che poi si possono operare ritagli a piacere della nostra foto, ma l’inquadratura è un elemento compositivo troppo rilevante per semplicemente buttare dentro un po’ di roba da selezionare con calma a a casa.
- Guardate ed analizzate il soggetto, per capire se inquadrare in orizzontale o verticale.
- Non inclinate la macchina a destra o a sinistra oppure fatelo in modo netto, pena la foto semprerà irrimediabilmente storta.
- Non inclinate la macchina verso l’alto o verso l’alto oppure fatelo in modo netto, pena la presenza di distorsioni prospettiche (linee cadenti).
- Rispettate le linee presenti nella scena e curate l’allineamento (o il disallineamento) tra queste ed i margini dell’inquadratura
- Riempite il fotogramma
- Non tagliate di poco un elemento rilevante della scena (esempio classico è l’amputazione o decapitazione di una persona). Tagliate in modo netto o per nulla.
- Valutate la distanza dal soggetto e la lunghezza focale da adottare (in attesa del capitolo due sperimentate)
- Summa delle precedenti alla Murphy: se all’allargare e stringere l’inquadratura non corrisponderà un suo adattamento alle linee presenti nella scena la foto verrà sbagliata. Corollario: qualunque quadrilatero regolare scegliate per la vostra inquadratura un elemento di disturbo entrerà inevitabilmente oppure un importante parte del soggetto uscirà senza possibilità di recupero.
ESERCIZI PER CASA
Come detto, non si può studiare la composizione sui libri, ma è necessario sperimentare molto e trovare un proprio modo di gestire gli elementi che abbiamo davanti.
Non è necessaria la macchina fotografica, anzi parlando di inquadratura è utile lasciarla a casa
per un po’.
Meglio girare con una cornice vuota e inquadrare il mondo che ci circonda sperimentando tagli diversi; l’avrete visto fare ai registi o direttori della fotografia nei backstage. Rinunciare al mirino ha il vantaggio di vedere anche quello che circonda la nostra inquadratura e valutare un suo restringimento o allargamento.
INQUADRATE E VERIFICATE SE STATE RISPETTANDO IL DECALOGO
Poi verificate se il risultato vi piace e cosa manca per migliorarlo.
Analizzate se è necessario violare qualche ‘regola’ per ottenere lo scopo e chiedetevi se ha senso.
Altro esercizio per le giornate di pioggia è prendere una foto a campo largo e ritagliarla per evidenziare zone di interesse ed eliminare ciò che non ci interessa; vedrete che nel fare questo vi verrò voglia di esserci spostati per scattare. Bene siete pronti per il secondo capitolo
Fonte Google News
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