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La Sindone, un’opera fotografica di Leonardo da Vinci....


listen it it La Sindone, unopera fotografica di Leonardo da Vinci

pubblicato da Derfy in: Curiosità

37ed27f8ca5ceb4ea5cc0458e1dc9fb0 La Sindone, unopera fotografica di Leonardo da VinciIeri un documentario televisivo ha portato al grande pubblico la tesi di Lillian Schwarz secondo cui la Sindone sia stata realizzata da Leonardo da Vinci con una tecnica fotografica.

La Schwarz è già nota per aver trovato somiglianze fra la Monna Lisa ed il viso di Leonardo. Sembrerebbe che Sindone ed il più celebre quadro del mondo condividano le stesse proporzioni e dimensioni.

Per la realizzazione Leonardo utilizzò una camera oscura ante litteram appendendovi il lenzuolo cosparso di chiara d’uovo e gelatina. Dall’altra parte ci sarebbe stato un busto con le fattezze di Leonardo.

La Sindone era già presente all’epoca di Leonardo e questa sarebbe una copia realizzata su commissione dei Savoia per rimpiazzare una versione precedente che era esposta come una contraffazione povera.

Via | ItaliaNotizie

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2 Commenti a “La Sindone, un’opera fotografica di Leonardo da Vinci”

  1. Lorenzo Scrive:

    Quello che è stato detto in questa pagina è non vero, infatti sono stati effettuati studi che dimostrano che per ottenere lo stesso effetto sul telo della Sindone vera non occorre chiara d'uovo o gelatina, ma enormi quantità di energia elettrica che purtroppo per Leonardo ai suoi tempi non esistevano.

    Infatti la particolare impronta lasciata in negativo sulla sindone non affonda nelle fibre di lino ma rimane soltanto in superficie in maniera perfetta e non come altri inventori di sindoni false cercano di fare.

    VEDI ANCHE

    http://colo.re/Sindone/Sindone.pdf Immagine originale della Sindone

    Elaborazione in negativo su Photoshop del sottoscritto.

    http://colo.re/Sindone/Sindone+.pdf

    Per le mie affermazioni leggi:

    http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=104… http://www.studiosindone.it/pages/003.php

    Allego parte del testo:

    Per la prima volta si poteva penetrare nel segreto strutturale di quelle ombre giallastre che, viste a occhio nudo tutte insieme e da lontano, apparivano come una forma umana. Al microscopio si vide che quell’ombra giallastra non aveva invaso interamente le fibre del lino. Su ogni fibra, aveva toccato soltanto le fibrille più superficiali. Se, ingrandito al microscopio, un filo di lino si poteva paragonare a una folta treccia di capelli, il colore giallastro dell’impronta aveva toccato soltanto una decina dei capelli più esterni della treccia. Perfino nelle parti che, ad occhio nudo, appaiono più scure, come le sopracciglia o le dita, l’impronta non penetrava.

    E si vide una cosa singolarissima: la maggiore intensità di certi punti (il naso, le mani, le ginocchia) non era dovuta a fibrille più scurite, ma solo al fatto che, in quei punti, un numero maggiore, una massa più fitta di fibrille era stata toccata da quel colore giallastro; e così, nella somma, esso sembrava più scuro. E infatti l’impronta delle guance, delle occhiaie, dei lati delle dita – che ad occhio nudo appare così pallida -, aveva toccato solo pochissime fibrille, in mezzo a tante altre che non lo erano state.

    In nessun punto, l’impronta era penetrata negli avvallamenti della tessitura: non appena il filo tendeva a infossarsi per seguire il corso della tessitura, essa scompariva. Per tutta l’estensione degli oltre quattro metri del telo, essa era tutta e ovunque egualmente ed estremamente superficiale. La sua regolarità, nella sua estrema lievità, appariva impossibile ad ottenersi, oltre tutto su una superficie così vasta e fluttuante, con un qualsiasi mezzo d’applicazione o di trasporto di colore.

    La pallida lievissima colorazione giallastra non dilagava mai dalla fibrilla interessata a quelle vicine, non vi era una sola sbavatura, non vi era diffusione per capillarità. Quindi non potevano essere stati liquidi colorati a formare l’impronta. La superficialità e la non migrazione dell’Impronta escludeva qualsiasi meccanismo che avesse portato alla migrazione di liquidi per capillarità: escludeva cioè l’applicazione di pitture o coloranti. Ciò era anche più evidente se si confrontava l’Impronta con le gore d’acqua lasciate dallo spegnimento dell’incendio del 1532: quell’acqua, dove era caduta, aveva pervaso il tessuto fino al rovescio e si era allargata capillarmente, come appunto fa un liquido o un fluido.

    Esplorando con un ago da dissezione le fibrille dove appariva l’Impronta, color paglia, del corpo, si trovava che non erano cementate o incollate fra loro da niente: non vi era nulla cioè che sembrasse in qualche modo «spalmato» sul tessuto per formare l’Immagine. Ingrandendole fino a mille ingrandimenti, poi, non si trovò nessuna particella di sostanze coloranti. (…)

    La massa dei reperti, catturati dai nastri adesivi, era di pochi nanogrammi (bilionesimi di grammo) per i più piccoli; ed arrivava ad alcuni microgrammi (millesimi di milligrammo) per i più grandi e fortunati frammenti. La maggior parte delle particelle aveva dimensioni inferiori al micron.

    In pratica, nulla di ciò che sarebbe stato esaminato, e soggetto a tests chimici, con contatto, aggiunta, immersione in bagni di altre sostanze, reagenti, specialità biochimiche, era visibile ad occhio nudo.

    Tutta la ricerca, quindi, si svolse a questi livelli infinitesimali. Vi era inoltre il problema di lavorare su campioni che non avrebbero potuto essere sostituiti o integrati in nessun modo. La difficoltà, che ne sorgeva, fu per Heller l’occasione di mettere a punto una nuova tecnica specifica per compiere analisi su quantità così infinitesimali..

    Qual'è dunque la scoperta tanto stupefacente? E' il fatto che l'immagine possiede un'informazione tridimensionale in codice non rilevabile dall'occhio e dall'obiettivo fotografico. Informazione tridimensionale significa che in ogni suo punto i chiari e gli scuri sono legati da un rapporto matematico preciso e costante con il piano frontale tangente al viso per la faccia anteriore del corpo e l'analogo tangente alla nuca per quello posteriore, per cui, stabilito che tutti i punti bianchi si trovino in superficie e tutti i neri alla massima profondità, ogni altro punto si trova a una profondità che è in rapporto alla tonalità del suo grigio. Se è più chiaro, si può anche dire che tutti i punti di uno stesso grigio si trovano alla stessa profondità. Si è riusciti pure a scoprire che questo rapporto planare non è lineare, ma quadratico. Insomma: una costruzione regolata da un rigido sistema matematico. Si noti che negatività fotografica e tridimensionalità sono due fenomeni solo apparentemente analoghi. Nella prima, infatti, il chiaro e lo scuro dipendono esclusivamente da una quantità, quella della luce, mentre nel secondo dipendono da una distanza. Peraltro, come per la scoperta della negatività fu necessaria una macchina fotografica, per la tridimensionalità ci volle un computer e un programma assai complesso che, realizzato appositamente per la trasduzione in profondità della scala dei grigi, fosse capace di riprodurre in rilievo verticale l'intensità del colore.

    Quando Jackson e Jumper, due scienziati dell'areonautica statunitense, pensarono di fare questo studio sulle foto sindoniche – e si trattò di una vera e propria intuizione, se non si vuole usare il termine sospetto di ispirazione -, il computer trasformò sotto i loro occhi sbalorditi un'immagine piana in una in rilievo. Insomma: il "disegno" si era trasformato in una statua e, ciò che più conta, in una statua dall'anatomia armoniosa e ineccepibile, rappresentante un volto in modo quasi segnaletico e con l'inconfondibile espressione della morte. L'esperimento fu poi ripetuto con uguale risultato da altri ricercatori.

    Ricostruzione tridimensionale del Volto con la traccia della moneta

    Fig. 5: la ricostruzione tridimensionale del Volto

    con evidenziata la traccia circolare della moneta

    (Fonte: G. Bazoli)

  2. Rodolfo ultimo custo Scrive:

    I TRE VOLTI DELLA SINDONE SECONDO LEONARDO DA VINCI

    ………………..

    Sono il Volto del Cristo, che comprende metà volto del Molay e metà volto di Leonardo.

    Agli inizi la Sindone era stata conservata dalla comunità cristiana, come reliquia della Passione di Gesù; a causa delle persecuzioni veniva tenuta nascosta.

    In seguito, venne portata nella città di Edessa e chiamata mandylion.

    Dopo che Edessa venne occupata dai musulmani, i bizantini trasferirono il mandylion a Costantinopoli.

    Nel 1204 Costantinopoli venne saccheggiata dai crociati, e del mandylion, ovvero della Sindone, si persero le sue tracce.

    Infatti, la storia “certa” della Sindone inizia intorno alla metà del Trecento, quando riappare inspiegabilmente 150 anni dopo a Lirey in Francia. Da quella data tutti i passaggi sono rigorosamente documentati (Lirey,Chambéry,Torino).

    Da Costantinopoli alla Francia?

    Sono state avanzate diverse ipotesi per ricostruire in quale modo la Sindone sia pervenuta in Francia, per riapparire nel 1353 in mano a Goffredo di Charny.

    Tra le tante ipotesi fatte, la più credibile è anche la più semplice, quella che sarebbero stati i Templari a prendere la Sindone e a custodirla segretamente fino allo scioglimento dell'ordine: nel 1314, quando l'ultimo Gran maestro Jacques de Molay vene messo al rogo, insieme a lui fu bruciato anche un alto dignitario dell'Ordine a nome Goffredo di Charny, omonimo e probabilmente parente di colui che quarant'anni dopo espose pubblicamente la Sindone.

    Sicuramente prima di Lirey, qualche cosa è esistito, un lenzuolo funebre che recava l’impronta di un corpo molto antico presumibilmente risalente all’anno 30-33, “se così fosse ci troveremmo difronte al telo di lino che avvolse il corpo di Gesù”, se così non fosse, esisteva già un falso. Un telo funebre con l’impronta di un volto, e di un corpo usato come reliquia dai Templari convinti che fosse autentica.

    Perché di quel telo funebre così antico, si mostrava solo il volto? In realtà l’immagine più antica impressa sulla Sindone di Torino, quella che doveva mostrare il volto del Cristo per intenderci, soprattutto il corpo era talmente sfumata che le ferite sui polsi non si potevano neanche notare. Per questo motivo, è lecito supporre che il mandylion fosse in realtà la Sindone ripiegata e conservata in un reliquiario: il telo così piegato (tetradiplon) nascondeva l'impronta sbiadita del cadavere, facendo castamente emergere soltanto il Volto. La Sindone di Torino non mostra solo il volto e il corpo di Cristo, cela ben altri segreti mai svelati, e tenuti gelosamente nascosti. I nuovi personaggi che si troverebbero coinvolti nella più grande beffa del secolo, sono:- “Lo stesso de Molay che suo malgrado reciterà la parte del nuovo crocifisso, e parecchi anni più tardi Leonardo da Vinci, che cercherà di sistemare il volto e varie parti dell’intera immagine del telo funebre”.

    Perché proprio il corpo del de Molay?

    Secondo una tesi certamente originale di alcuni ricercatori, il Gran Maestro sarebbe stato sottoposto ad una forma di tortura mirante a riprodurre sul suo corpo i segni della Passione di Cristo. Probabilmente anche nella crocifissione del Molay per consuetudine, i chiodi furono messi nel palmo delle mani e non nei polsi. Gli venne posata attorno al capo una corona di spine e fu flagellato. Liberato dai chiodi, all’uso Templare, fu poi disteso con molta cura su un lenzuolo “lo stesso lenzuolo che veniva considerato dal Molay e da alcuni Templari come una reliquia di grande potere”, come se fosse già segnato dalla morte, ma inaspettatamente “forse per il potere miracoloso del lenzuolo?”, riuscì a riprendersi lasciando, come traccia delle sofferenze gratuitamente inflittegli, la sagoma del proprio corpo impressa sulla superficie del lino. La Sindone torinese riproporrebbe, perciò in superficie, anche la figura e i tratti somatici di Jacques de Molay, compresi quelli di Cristo che si troverebbero ben sotto il suo corpo, considerando la stazza fisica del Molay di qualche centimetro più lunga e più larga. L’ipotesi è suggestiva, ma alcuni Templari d’altronde, sono da sempre considerati come i depositari di conoscenze magiche al limite dell’atteggiamento eretico.

    La lacunosità delle fonti relative alla Sindone tra 1204 e 1353 lascia spazio ad ogni sorta di interpretazione, alcune più verosimili, altre del tutto fantasiose. Come anticipato, tutte le tracce riguardanti il tragitto della Sindone tra il 1204 e il 1353 conducono all’approdo di Lirey, centro abitato della regione della Champagne a circa venti chilometri da Troyes, la città nella quale si ratificò la fondazione dell’Ordine dei Templari.

    La storia trasuda di coincidenze, tutto sta nell’interpretarle correttamente.

    Vi è un fatto da non sottovalutare che collega il Molay alla Sindone di Torino, Il Molay fu portato al rogo nel 1314, assieme al suo amico d’arme Geoffroy de Charny, guarda caso presunto zio dell’omonimo Goffredo di Charny (nipote), proprietario documentato della Sindone di Torino dal 1353. Non ci è dato di sapere se quella Sindone fosse la stessa Sindone di Costantinopoli, o qualche cosa d’altro. Dopo trentasei anni dalla morte dello zio, il nipote omonimo, dichiara apertamente di essere in possesso della Sindone, morirà, senza mai spiegare come sia venuto in suo possesso. Se fosse stata la vera Sindone di Costantinopoli, era tutto interesse del nipote rendere chiara la sua provenienza, ma questo non lo fece. Non se la sentiva di dire che era la reliquia tanto venerata dai Templari, e che per il capriccio di alcuni era diventata qualche cosa d’altro. Lo stesso telo funebre che recava l’immagine di un uomo crocifisso e adorato dai templari come se fosse il Cristo, in realtà aveva avvolto anche il corpo del Gran Maestro Molay. Sostenere delle mezze bugie per il nipote di Geoffroy de Charny, era più difficile che tacere. Ma questo nipote, non si era mai dimenticato dello zio (del quale portava il nome).

    Infatti nello svelare l’esistenza e la proprietà di questo telo funebre, faceva coniare una targhetta commemorativa, in piombo e stagno a sbalzo, di (cm. 4,5×6,2) che riproduceva per la prima volta esattamente la Sindone di Torino, con gli stemmi nobiliari di Geoffroy de Charny e dei Vergy il casato di sua moglie. In mezzo ai quali è rappresentato un sepolcro vuoto, mentre il sepolcro vuoto per effetto di un finissimo intervento a sbalzo, mostrava una croce templare, idealmente doveva essere il sepolcro per contenere il corpo di un Templare, quello del Molay ultimo Gran Maestro, bruciato sul rogo con lo zio di Goffredo. Non a caso questa targhetta-ricordo fu trovata nella Senna nel 1855 presso il Ponte di Change, proprio difronte al ponte di Neuf, il luogo dove Molay e lo Zio furono immolati sul rogo. Probabilmente gettata nella Senna durante una cerimonia segreta per commemorare tutti i Templari giustiziati dalla Santa Inquisizione. Di questo medaglione considerato importantissimo anche per altri motivi, esiste solo questo esemplare, sicuramente non furono stampati molti pezzi, solo qualche esemplare ad uso e consumo di una stretta cerchia di Cavalieri del Tempio. Oggi l’unico medaglione si trova a Parigi, nel Museo Nazionale del Medioevo-Thermes de Cluny.

    Perché proprio Leonardo da Vinci?

    Leonardo, come il padre era profondamente anticattolico, non tollerava il clero ed era attratto da una religione personale più vicina alla natura che alla storia di Gesù o dei Santi.

    Il geniale toscano, arrivò a Milano nel 1482 e vi rimase per ben sedici anni, “mai una riga di ufficiale, che rivelasse dei contatti con i custodi della Sindone i Savoia”, mentre le cronache ci riferiscono di come si occupasse nei diversi campi delle scienze e delle arti, con prevalenza nell’arte pittorica, infatti, qui realizzò opere molto importanti tra le quali l’ultima cena che fu realizzata intorno al 1495-1497 nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie.

    Nel 1499 Ludovico il Moro fuggì da Milano, dopo l’invasione del ducato da parte dei francesi, mentre Leonardo intraprese una serie di viaggi, si recò a Mantova, a Venezia, e poi ritornò a Firenze, in questi anni iniziò anche il famoso ritratto della Gioconda, un dipinto a lui caro che portò con se anche in Francia, alla quale non poté negare quel sorriso quasi complice per quello che aveva appena fatto.

    Leonardo come avrebbe potuto architettare questa gigantesca beffa della storia? In realtà Lui fu lo strumento, lavorò su commissione in gran segreto. Probabilmente il volto della Sindone necessitava di urgenti lavori di restauro, sin dalla sua apparizione nel lontano 1353, nel tempo, sempre più spesso, durante le ostensioni il telo veniva considerato come una grande bugia. Durante la sua permanenza al soldo di Ludovico il Moro, Leonardo, aveva continui contatti con esponenti del Priorato di Syon, e con artisti più o meno noti, iniziati alle scienze esoteriche. Anche se mai dichiarato apertamente, la Sindone di Torino fu da sempre in un certo senso, un protettorato dei Cavalieri del Tempio, non dimentichiamo chi la possedeva, quando riapparve nel 1353 a Lirey in Francia. Quali le sue segrete origini, e chi era in realtà impresso sul telo funebre, “l’ultimo Gran Maestro del Tempio”.

    Quale migliore occasione, per architettare in gran segreto una simile beffa, imprimendo mezzo volto del nuovo ospite della Sindone, e inserendo nel contempo metà volto della propria immagine, quasi una firma autografa.

    Non è un dipinto né una stampa, è assente qualsiasi pigmento che non sia quello sanguigno. Si può dipingere con il sangue diluito in un ampolla con acqua e sale senza usare i pennelli, solo per contatto facendo una piccola pressione circoscritta attraverso una matrice? (Certo sì!) La tecnica usata, permetteva anche di produrre immagini al negativo.

    “IL VOLTO NUOVO DELLA SINDONE IN PRATICA E’ LA SOMMA DI DUE MEZZI VOLTI, META’ VOLTO DEL MOLAY E META’ VOLTO DI LEONARDO.

    Ce lo spiega Leonardo stesso come lo ha fatto:-

    La scrittura con la seta, per questo sistema impressivo veniva utilizzata una matrice di seta.

    Il sistema è un procedimento di stampa per contatto, che consiste nel far passare il sangue diluito, attraverso le maglie del tessuto di una matrice facendo una pressione con uno strumento a forma di spatola. Leonardo stravolse questo attrezzo, lo avvolse completamente con delle bende o garze cercando di mantenere la sua rigidità, ma nello stesso tempo renderlo morbido e assorbente, lo intingeva nel sangue molto diluito in acqua e sale e con una leggera pressione faceva passare il sangue diluito attraverso le maglie libere e strette del tessuto di seta usato come matrice, depositando le gocce sul supporto da imprimere “il telo funebre”.

    La matrice è costituita normalmente da un telaio, sul quale viene teso ed incollato il tessuto di seta facendo sì che le maglie, in tensione, risultino ben aperte secondo la necessità, per facilitare il passaggio della miscela di sangue. Con un procedimento manuale si chiudono le maglie nelle zone che non si vogliono stampare e si lasciano aperte le maglie nelle zone da stampare, in questo caso la soluzione sanguigna che impregna lo strano pennello, viene quasi guidata dalle sapienti mani dell’ artista. Dobbiamo anche considerare di come si è formata la doppia superficie sulla Sindone, vi è una impronta quella al negativo per intenderci, che riguarda tutto il corpo dell’uomo della Sindone, soffusa poco appariscente. Questa impronta è la più in superficie, è stata impressa dosando la soluzione sanguigna delicatamente, non permettendo al pigmento sanguigno di penetrare in profondità, una tinta che non doveva superare per un terzo lo spessore del filo di lino, come se l’immagine aleggiasse in superficie sul telo. Mentre tutte le impronte al positivo quelle che riguardavano le ferite della passione per intenderci, oltrepassarono da parte a parte il filo di lino, quindi se per ipotesi il telo venisse sezionato longitudinalmente in due parti, una parte superiore e una parte inferiore, la parte superiore oltre che il corpo completo al negativo, recherà anche le impronte più marcate della passione al positivo, mentra la parte inferiore, recherà solo le impronte più marcate della passione al positivo senza alcun altra immagine.

    Non era necessario fare una pressione forte perché la soluzione acquosa di sangue e sale potesse oltrepassare gli spazi liberi della matrice, in modo che si depositasse per contatto sul supporto da imprimere. In questa maniera, il lenzuolo funebre assorbiva quasi naturalmente piccole dosi di pigmento sanguigno sotto il sapiente controllo dell’artista, prendendo le forme e le volumetrie volute da Leonardo, seguiva ad ogni passaggio del liquido sanguigno, il riscaldamento con un gran numero di candele per asciugare la stesura, e qualche volta passando a distanza ravvicinata con un attrezzo metallico riscaldato.

    Per riprodurre esattamente la Sindone di Torino non basta un p’ò di polvere e qualche agente chimico, bisogna aver prima conosciuto tutte le verità nascoste che il Sacro Telo cela tra le Sue pieghe.

    Per lasciare una traccia di ciò, Leonardo trascrisse questo messaggio su un misterioso telaio in seta, rimasto segreto per più di cinque secoli, una tempera all’uovo del XV secolo, molto particolare, perché non presenta sottofondo, l’immagine dipinta poggia tra filo e filo la cui trama rimane libera, osservando la tela di seta in contro luce si possono vedere tutti gli spazi tra filo e filo, come se fosse dipinta su un telaio a maglie larghe, in controluce dal retro possiamo distinguere perfettamente l’immagine dipinta anteriormente.

    Questa mirabile tempera all’uovo, fu riscoperta verso la fine del XX secolo durante un rocambolesco recupero effettuato da alcuni fiduciari per conto del Terzo Reich durante lultimo conflitto mondiale. Questo recupero venne eseguito presso un facoltoso custode, non fu mai portato completamente a termine, infatti prima di essere recapitato all’Ordine delle Tenebre, il dipinto venne intercettato da un nuovo ignaro Custode, che lo ospitò nella sua dimora fino al 1972.

    Leonardo, sicuramente anche per le sue capacità tecniche, si è trovato “suo malgrado”, coinvolto in questo artificio solo per caso, e che a causa della sua vena ironica, trasformò un segreto per pochi, in una beffa per molti. A conferma di ciò, solo un particolare alquanto singolare, i proprietari della Sindone, probabilmente informati per tempo della morte di Leonardo, per paura che l’inganno venisse a galla, mandarono in Francia alcuni fiduciari per recuperare in gran fretta uno dei tanti taccuini dove Leonardo prendeva appunti per i sui lavori, evidentemente appunti compromettenti che riguardavano lavori eseguiti segretamente sulla Sindone, tutte le prove dovevano scomparire per sempre. Ma non si accorsero che un disegno collegato di Leonardo, si era smarrito nella Biblioteca Reale di Torino, e il telaio di seta con il quale Leonardo operò sul volto del telo funebre. Sul quale dopo aver terminato l’opera di ricostruzione del volto della Sindone, Leonardo dipinse una mirabile tempera all’uovo per indicare l’arcano appena commesso, rimasta tutt’ora in circolazione fuori della portata di possibili inquisitori.

    Dunque da questa relazione, risulterebbe che sulla Sindone vi siano state impresse più immagini, un corpo molto antico presumibilmente risalente all’anno 30-33, “se così fosse ci troveremmo difronte al telo di lino che avvolse il corpo di Gesù”, se così non fosse, esisteva già un falso, un corpo presumibilmente morto in stato di rigor mortis, usato come reliquia dai Templari convinti che fosse autentico; 1281 anni dopo, verso il 1314, fu disteso e avvolto con molta precisione un secondo corpo ancora vivo e febbricitante, che recava anch’esso i segni della passione di Gesù, vi rimase avvolto immobile per molte ore, quasi un giorno intero, si che l’impronta a contatto diretto, si asciugò quasi completamente; 181 anni dopo, verso il 1495 qualcuno intervenne su commissione, con una mirabile tecnica, per definire il volto e alcune parti sul telo. Quindi sulla Sindone vi sono tre periodi ben distinti, e tre differenti impressioni sul telo, questo è il motivo per il quale la Sindone di Torino non può essere mai riprodotta esattamente come è attualmente. In questo contesto tanto turbolento, non dobbiamo dimenticare le vicissitudini cruente subite dal telo funebre a causa degli incendi nelle varie epoche.

    La Sindone è un falso o meglio più falsi? Dove potrebbe celarsi anche una grande verità ormai nascosta dagli eventi. Quanto rimarrebbe di questa verità dopo tante manipolazioni? Per i credenti Cristiani può rimanere tranquillamente il simbolo della Resurrezione. Per i Cavalieri del Tempio anche il telo funebre del loro ultimo Gran Maestro Molay, mentre Leonardo intervenendo con tanta decisione sul volto della Sindone, mettendoci anche parte del suo volto “metà volto del Molay e metà volto di Leonardo, risultando l’attuale volto della Sindone”, è diventato suo malgrado il loro profeta.

    a.D. 2009

    L’ultimo custode

    Rodolfo

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