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Calibriamo il monitor con Spyder3Elite – fonte www.nital.it....


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A cura di Massimo Pinciroli

Breve cenno sul color management Calibrazione e profilatura
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A cosa serve la calibrazione del monitor?
Sebbene la fotografia digitale non rappresenti più una novita’, vi sono ancora alcuni suoi aspetti che rischiano di passare in secondo piano o, peggio, di rientrare in quell’ambito di luoghi comuni, quasi moderne superstizioni, creati ad arte dal solito “ben informato di turno” che si ammanta dell’aura di superguru delle nuove tecnologie.
Uno di questi argomenti, a mio avviso, e’ quello della calibrazione del monitor.

Se in epoca analogica era sufficiente “mettere in controluce” il nostro negativo o, ancor meglio, la nostra diapositiva per avere un’idea di che cosa avevamo ripreso, oggi con il digitale non e’ altrettanto semplice guardare attraverso un CD od una scheda di memoria. Per poter visionare i nostri file siamo infatti costretti a riprodurli attraverso una periferica di uscita “output”: una stampante o, più frequentemente, un monitor.

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Ma ritorniamo all’esempio della diapositiva: il fotografo che l’aveva scattata poteva valutarla in diverse situazioni: appena sviluppata veniva velocemente guardata sul piano luminoso del laboratorio, a casa gli si dava una seconda occhiata contro la finestra od il lampadario del soggiorno ed infine la si proiettava. Anche senza fare cenni ai principi della colorimetria, che illustrano come la percezione del colore di un oggetto sia si’ legata al colore dell’oggetto stesso, ma anche al “colore” della luce con cui l’oggetto viene illuminato, e’ facile capire come la nostra diapositiva, guardata in diverse condizioni, venisse percepita in altrettanti diversi modi.

Il fotografo professionista che doveva scegliere la migliore diapositiva da consegnare al committente del servizio non si accontentava di valutare le sue immagini contro il lampadario o contro la finestra, ma si dotava di un piano luminoso a luce normalizzata, in modo che la percezione dei suoi scatti fosse il più possibile costante, a prescindere dal tempo e dalle condizioni di valutazione.

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È abbastanza semplice trovare un’analogia fra la diapositiva ed i file: i nostri scatti digitali possono essere visualizzati su infiniti diversi monitor che, quando non calibrati, corrispondono al lampadario od alla finestra: sorgenti di luce che influenzavano la nostra percezione dell’immagine. Nel caso del file interviene inoltre un’aggravante: se la diapositiva veniva solamente visionata, in quanto su di essa non esisteva possibilita’ di intervento, al giorno d’oggi e’ quasi certo che il fotografo non si limitera’ alla visualizzazione dello scatto digitale, ma quasi certamente si occupera’ anche della sua elaborazione, semplice o complessa che sia. Alla luce di cio’ non e’ difficile immaginare come un monitor troppo chiaro, troppo scuro, o che introduca dominanti di colore, possa fuorviare il giudizio e l’intervento del nostro fotografo!

Approfondiamo ancora un po’ l’esempio “analogico” per sfatare subito un luogo comune.
Il nostro fotografo ha finalmente scelto sul piano luminoso “calibrato” la miglior diapositiva del servizio e la invia prima al laboratorio “A”, poi al laboratorio “B” ed infine alla redazione per la pubblicazione sulla rivista. Secondo voi, pur partendo dallo stesso originale, correttamente selezionato, come saranno i tre risultati di stampa? Sicuramente diversi!

Cosi’ come la scelta della diapositiva su una corretta sorgente di visione non tutelava il fotografo dalle variazioni introdotte dagli stampatori, anche l’analisi del file digitale su di un monitor calibrato non comporta necessariamente che il risultato stampato rispecchi quanto visualizzato a monitor.

Delusi? In realta’ utilizzando un monitor di buona qualita’, ovviamente “calibrato”, e disponendo anche del profilo di stampa, grazie a software quali ViewNX, Capture NX di Nikon o Adobe Photoshop di Adobe avremo la possibilita’ di simulare a monitor, con sufficiente approssimazione, quanto potremo ottenere in stampa. Ma questo esula dai nostri odierni propositi, e potra’ essere oggetto di futuri approfondimenti.

Il concetto più importante e’ che solo un monitor correttamente calibrato consente di visionare e valutare, giorno dopo giorno, con coerenza e costanza le immagini contenute nei nostri file, cosi’ come ripresi dalla fotocamera. Sebbene non possa essere una risposta universale ai quesiti del digital imaging, e’ facile capire come un monitor calibrato rappresenti un valido “punto fermo” da cui partire per successive operazioni sul nostro file, quali la correzione, l’elaborazione o la stampa.

Breve cenno sul color management

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Capita che, giunti a questo punto, sentendo citare l’argomento si senta la forte tentazione di saltarlo a pie’ pari, dando credito al luogo comune che la gestione del colore ed i profili siano cose complicate e costose da gestire ed applicare. Cerchiamo di sfatare questa idea.

Ogni immagine digitale e’ composta da pixel, ciascuno dei quali e’ a sua volta descritto da numeri che rappresentano la quantita’ dei tre colori primari rosso (R), verde (G) e blu (B) che lo compongono. In epoca anteriore al color management, indicativamente fino al 2000, i numeri che componevano un’immagine assumevano un significato arbitrario in base alla periferica su cui venivano visualizzati. Pensiamo a tali numeri come ad una lista di ingredienti consegnata a diversi cuochi: ognuno ne dara’ una personale interpretazione, servendoci a tavola piatti diversi. Esattamente come i cuochi, ogni monitor e’ diverso dagli altri (diverso tipo di pannello LCD o di fosfori, diversa luminosita’…) e numeri uguali inviati a monitor diversi non potranno che produrre colori diversi. Se a tali numeri assegniamo anche un riferimento, ecco che essi assumeranno un significato univoco: un po’ come se qualcuno, oltre alla lista degli ingredienti, fornisse al nostro cuoco una ricetta minuziosamente dettagliata. Chi si occupa di assegnare il corretto riferimento ai valori RGB dei nostri scatti digitali? I profili colore, ovviamente!

I profili colore, altresi’ noti come profili ICC dal nome del consorzio che li ha standardizzati, non sono altro che file descrittivi del comportamento e della quantita’ di colori (color gamut) catturabili o riproducibili dalle varie periferiche. Disponendo del profilo colore sorgente, solitamente assegnato dalla nostra fotocamera, e del profilo colore di destinazione, ad esempio quello del nostro monitor, e’ come se qualcuno, su di una mappa, ci avesse indicato il punto di partenza ed il punto di arrivo. Sara’ cosi’ semplice capire che strada prendere per andare da un punto all’altro, ovvero sara’ possibile capire come modificare i numeri che compongono il nostro file digitale per visualizzarli in modo costante su diverse periferiche.

Se aggiungiamo che Adobe Photoshopâ„¢ dalla versione 5.5 in avanti e Nikon Capture sin dalla prima versione presentata, non possono fare a meno di applicare il “color management“, ed hanno necessità di appoggiarsi ad un profilo monitor per la visualizzazione di qualsiasi immagine, e’ facile comprendere l’importanza di lavorare con un monitor correttamente calibrato e profilato per poter attuare un corretto flusso di lavoro.

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