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Articoli marcati con tag ‘Quelle’

Lukas F.: punti di vista, visioni e prospettive insolite

lunedì, 23 maggio 2011
listen it it Lukas F.: punti di vista, visioni e prospettive insolite

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Il senso della realtà, la visione del mondo, la prospettiva e i punti di vista si ereditano, apprendono e modificano, con la stessa facilità con la quale oggi alteriamo qualsiasi cosa, senza contare che è proprio quello che guardiamo e percepiamo come ovvio e consolidato che avrebbe bisogno di nuove prospettive.

È per questo che per aprire una nuova settimana di sguardi e visioni pronti ad accrescere la nostra gamma di prospettive, ho scelto la gallery di antri, sguardi e prospettive insolite di Lukas F., giovane fotografo di Brixen (Bressanone), in Trentino-Alto Adige/Süd Tirol, che studia alla Technische Universität di Vienna e ha iniziato ad esplorare le potenzialità della fotografia per accrescere quelle della visione.

Lukas F
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Lukas F.: punti di vista, visioni e prospettive insolite é stato pubblicato su Clickblog.it alle 09:00 di lunedì 23 maggio 2011.

 Lukas F.: punti di vista, visioni e prospettive insolite
 Lukas F.: punti di vista, visioni e prospettive insolite

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 Lukas F.: punti di vista, visioni e prospettive insolite

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Cream

sabato, 21 maggio 2011
listen it it Cream

079a3 cream app Cream

Qualche tempo fa vi avevamo parlato di Color, un’applicazione per iPhone.

Cream è un’applicazione simile che vi consente di vedere le foto che hanno condiviso le persone che si trovano nella vostra zona, ma sembra fatta un po’ meglio. Le immagini scattate possono essere condivise attraverso diversi canali per renderle visibili con i vostri amici o con tutto il mondo. I canali utilizzano la medesima notazione di twitter con il “#” davanti e con i vostri amici potete scegliere di mantenere il tutto privato.

Per completare la dotazione le foto possono anche essere votate dagli utenti e si possono visualizzare prima quelle più belle in una determinata zona.

Via | PhotoWeeklyOnline

Cream é stato pubblicato su Clickblog.it alle 09:00 di venerdì 20 maggio 2011.

 Cream
 Cream

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 Cream

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La Piss di Serrano fa soldi

giovedì, 19 maggio 2011
listen it it La Piss di Serrano fa soldi
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Foto AFP pubblicata su www.lemonde.fr

Gli eventi di questi ultimi giorni mi hanno distratta, è questa la cosa più grave. Mi hanno distratta da ciò che io faccio: parlare di fotografia. Quindi ora torno a farlo.
Scopro tramite il blog di Michele Smargiassi (quante cose mi perdo…) che qualche giorno fa è stata presa a martellate, nella Galleria di Arte Contemporanea di Avignone, l’opera Piss Christ (1987) di Andres Serrano; e mi sono detta: cosa c’è di meglio per l’avvicinarsi della Pasqua che parlare di una foto che ritrae un crocifisso immerso in un bicchiere di pipì dell’artista?!
Ora, al di là delle enormi polemiche, al di là del fatto che lui “giustifichi” quest’opera come una rappresentazione della commercializzazione religiosa ai tempi moderni oppure secondo altri faccia riferimento alla materialità dell’incarnazione; al di là del fatto che Sister Wendy Beckett abbia difeso l’opera, al di là del fatto che trovo ovvio che la foto e tutta la vicenda non abbiano nulla a che fare con la fede personale; di fronte a questa creazione/lavoro/prodotto, nascono in me riflessioni simili a quelle che ho di fronte alle foto di Toscani e al video di Kalina: ma cosa vedo di fatto? Anni fa durante un corso di photoediting, ho avuto l’occasione di conoscere Grazia Neri che mi ricordo ci disse: “Quando in una foto avete bisogno di leggere la didascalia per capire cosa rappresenta, non funziona.”. Una regola semplice ed efficace a mio avviso. Senza dida questa sarebbe una foto come tante, con la dida diventa una provocazione, un qualcosa capace di smuovere le coscienze, chissà, magari non è neanche vero che quell’alone è urina…
Intanto Serrano va avanti per la sua: vince premi, ottiene finanziamenti, pubblica libri, espone in gallerie in tutto il mondo, sarà per quello che ha quell’aria sorniona da “vi ho presi per il culo un’altra volta” davanti alla sua opera sfregiata?
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Autore Articolo: Anna Mole
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G come glamour e come Gabriele Di Mola

giovedì, 19 maggio 2011
listen it it G come glamour e come Gabriele Di Mola
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G. Di Mola, dalla serie The eternal human incommunicability

Ciò che mi ha colpito alla prima occhiata, guardando le foto di Gabriele Di Mola, credo sia la sua capacità raccontare una piccola storia in un fotogramma. Un storia glamour, per giunta. Ci riesce attraverso i cromatismi, i giochi di luce, l’utilizzo di oggetti, ma soprattutto, a mio avviso, ci riesce per la sua ricerca di espressività di chi si trova davanti al suo obbiettivo.
Siamo tutti un po’ stanchi di quelle faccine smorte, in pose da mummie o da gatte morte, con quei colorini slavati o troppo eccentrici che spesso ci propone la fotografia di moda. Qui invece il fashion si unisce a ricerca di originalità, delicatezza, femminilità e un tocco di fine ironia. Io penso che per una modella sia un privilegio lavorare con lui, perché, al contrario di molti, non cerca di “appiccicare” in faccia a chi ritrae un’espressione che lui ha in testa; al contrario, il suo scopo è fare in modo che la ragazza stessa “tiri fuori” il massimo delle sue capacità espressive.
Lo stare ad aspettare ore al telefono, pregando che squilli, poi, è una sensazione che ha provato chiunque abbia un ex… sarà per quello che alla fine, finiamo per strapparci i capelli?

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G. Di Mola. dalla serie The eternal human incommunicability
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G. Di Mola, dalla serie The eternal human incommunicability
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G. Di Mola, serie Fashion

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Autore Articolo: Anna Mole
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About il "caso" Noah Kalina

giovedì, 19 maggio 2011
listen it it About il "caso" Noah Kalina
Stavolta parlo di uno sconosciuto che quasi sicuramente conoscete tutti: Noah Kalina. So che ne hanno già parlato in tantissimi, ecc. pazienza.
Fotografo newyorkese di 31 anni che per 6 anni si è scattato un autoritratto al giorno, raggruppano il lavoro nello slideshow che potete vedere cliccando qui sopra, accompagnato dalla stupenda musica di Carly Comando.

2356 giorni, corrispondenti a 2356 immagini. 18913119 visualizzazioni a questo momento. Centinaia di articoli in tutto il mondo, un sito internet, migliaia di commenti e di fan in tutti i social network, i Simpson lo hanno citato (consacrazione ultima). Un lavoro ancora in corso. C’è chi parla di “visione quasi metafisica”, chi nota la sua posizione immobile, da statua, davanti al passare degli anni (dai 20 ai 26 non è che proprio sia un cambiamento epocale…), chi lo definisce “genio” e buonanotte al secchio.

Io ho visto il video e sinceramente mi sono stupita quando, ricercandolo su Google, ho scoperto che è un professionista (qualunque cosa ciò significhi nel 2011), che fa pure dei servizi interessanti e ha una buona base culturale. Mi chiedo quanti siano andati a cercare notizie su di lui prima di definirlo “genio”, ma va bhe… Me ne sono stupita perché credevo di stare osservando il classico “buddy” con tendenze un po’ ossessive ed ego riferito che faceva un esperimento divertente e se ci fa pure su dei soldi – mi son detta – buon per lui! Ma se io prendo una singola di quelle fotografie, senza pensare a tutto il resto, cosa vedo? Un ragazzo che si è autoritratto con una macchina fotografica, intuisco la stagione dell’anno dal colletto della maglietta/maglione/camicia, lo sfondo di un ambiente lavorativo, piuttosto che casalingo. Nient’altro. Mi si risponde “Anna ma tu sbagli, ci sono progetti artistici che vanno valutati nella loro totalità, giudicarne una singola parte sarebbe come giudicare un romanzo leggendo una pagina a caso.”. Non concordo e non trovo calzante l’esempio: è vero non posso giudicare un libro da una pagina, come una foto da un pixel, ma posso tranquillamente dire se uno scrittore mi piace o meno leggendo una sola sua opera e non 15. E se quell’opera per “stare in piedi” ha bisogno delle altre 14, bhe c’è qualcosa che non va… Comunque, ammettiamo pure il ragionamento del guardare il progetto (che parola inflazionata però…) nell’intero, mi rimangono dei dubbi… Se io ogni giorno per 6 anni cucino e mangio il filetto al pepe verde, questo fa di me una grande cuoca o una grande gastronoma o esperta di carni? Se io ogni giorno annoto che tempo fa e descrivo le mie sensazioni rapportate alle condizioni meteo, questo fa di me una grande scrittrice? Adesso non vorrei metterla giù troppo spessa, ma tempo fa avevo scritto un articolo su una designer che faceva gioielli con il ghiaccio: incastonava cubetti in fili d’oro, naturalmente il ghiaccio si scioglieva in poco tempo e rimaneva il supporto. Ora, se io sono un fruitore d’arte mi aspetto da un gioiello che sia un gioiello, è quasi una questione di onestà ontologica (l’ho scritto veramente!), non che sia del ghiaccio che si scioglie e “mi riflettere su quanto sia effimera la vanità”; così da una foto mi aspetto che sia una foto non che qui hai la barba e nella foto dopo no. Niente a che vedere, per esempio, con il lavoro che fa Cristina Nuñez con l’autoritratto.
Poi è pure interessante riflettere sul fatto che quasi 20 milioni di persone l’abbiano guardato: fanno più impressione i suoi 6 anni di autoscatti di un minuto al giorno, che i 12 anni che ha impiegato Proust per scrivere la Ricerca del tempo perduto oppure le 3 ore che Stieglitz passò nel 1893 sotto una tempesta di neve nella Fifth Avenue per scattare la celeberrima Winter on Fifth Avenue.
La mia non vuole essere una provocazione (non sono provocatoria, sono diversamente ironica), vorrei davvero confrontarmi con voi su questo tema. Chi passa ogni tanto di qua sa che non amo la fotografia perfetta tecnicamente ma sterile, solo che sono ancora legata all’idea che l’artista non è uno che fa cose strane, tanto per farle, è… chi è l’artista? Scusate le tante parole e i tanti puntini…

2a55fb5e8052ca7c671e87b0f0bbe8d4 About il "caso" Noah Kalina
N. Kalina, dalla serie Scenes
71080f8c32fab230a432cba89736fe11 About il "caso" Noah Kalina
N. Kalina, dalla serie Scenes
c117cf3caf24cfd181fa19283b46d0c5 About il "caso" Noah Kalina
N. Kalina, dalla serie Portraits

dbbdd 2825144264345807491 5109945652330241126?l=aboutaphoto.blogspot About il "caso" Noah Kalina

Autore Articolo: Anna Mole
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Perchè anche i Dadaisti mi sono sempre stati simpatici

giovedì, 19 maggio 2011
listen it it Perchè anche i Dadaisti mi sono sempre stati simpatici
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C. Madoz, 1998

Io ADORO Chema Madoz. E se c’è chi dice che fotografare un frigo di notte non ha senso, figuriamoci cosa dirà di uno che mette i piatti nella griglia di un tombino! Pazienza. Madoz che sa mettere così in discussione gli oggetti, chissà con i pensieri cosa farà! Questo stile puro, sobrio, “serio” dà un risvolto del tutto personale al delizioso sense of humour di questo fotografo spagnolo. Le sue immagini sembrano dire: “Io faccio still life, semplici still life”: è così e allo stesso tempo sono un’interpretazione del mondo, della vita.
Vedete, in questo periodo storico di precarietà globale, non solo lavorativa, penso che se non ci fosse stata quella cosa lì, io sarei morta, quella cosa lì è l’ironia, è la capacità di “muovere i pensieri”, di reinventarsi, di rimescolare le carte, di non accettare quelle che stanno sul banco. Prendiamoci la libertà di mandare al diavolo tutto ciò che è prestabilito, “che è così perché è così”, “perchè il mondo gira così” ah sì? Bene, io giro dall’altra parte. Fate almeno una volta all’anno qualcosa che non ha senso: urlate a squarciagola in motorino, fate la linguaccia ai bambini in metropolitana, ballate sotto la pioggia, fotografate spazzolini da denti dentro a vasi di piante. Qualcosa che ci dia il senso – ecco qui giustamente – di essere vivi e non replicanti. Whatever works.


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C. Madoz, 1998
6e5ddd7962ded17570457ca474241610 Perchè anche i Dadaisti mi sono sempre stati simpatici
C. Madoz, 1995
fc96782cb33d1f44170b54b1a8dee1c2 Perchè anche i Dadaisti mi sono sempre stati simpatici
C. Madoz, 1995
 Perchè anche i Dadaisti mi sono sempre stati simpatici
C. Madoz, 1995

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Autore Articolo: Anna Mole
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Quotidiana-mente

giovedì, 19 maggio 2011
listen it it Quotidiana mente
34617b0a269f7258881a376377a55498 Quotidiana mente
F. Bortolozzo, 080506_01 dalla serie Un habitat italiano

Fulvio Bortolozzo non è forse un nome conosciutissimo nel mondo della fotografia, purtroppo. Purtroppo perché in lui io vedo incarnato il senso della ricerca allo stato puro, al di là di ciò che provoca il “mi piace”, “funziona”, l’applauso insomma.
Quando scelgo di parlare di qualcuno non sempre lo faccio valutando in modo asettico e professionale il valore culturale, artistico, contemporaneo del fotografo (che qui comunque non mancano), mi riservo anche il diritto di segnalare persone la cui opera ha per me un significato particolare, quasi personale. Quando avevo 17 anni mi era venuta l’idea di realizzare delle immagini che illustrassero la “desolazione” (pensate in che posto allegro devo vivere), così sono andata in giro per un po’ con la bici e la macchina a fotografare fabbriche, ciminiere, discariche, ma il risultato non fu esaltante. Il risultato avrebbero dovuto essere queste foto. Dopo le schiere di “bekerini”, “basilichini” e “struttini” – imitatori – è arrivato Fulvio che dà un senso profondo a quello che inquadra, perché ci crede e questo traspare. Fotografare un parcheggio, una strada sterrata, fabbriche dismesse, case allo sfascio, porte arrugginite in campi da calcio scorticati, depositi di camion, cantieri lasciati a metà, passi carrai e farlo con tanta costanza e coerenza vuol dire avere intelligenza. Vuol dire scoprire una declinazione del reportage. Perché noi quelle immagini le vediamo tutti i giorni e le vediamo con quei colori lì slavati, con quel cielo informe e compatto e inquinato, con quello spazio sgraziato, compresso tra file di case e allo stesso tempo così vuoto, che ci fa pensare: “Guarda non c’è in giro un cane… o forse sono io solo come un cane”.

56dcb611afaf9ad6284e9fcc3d02a8f0 Quotidiana mente
F. Bortolozzo, 080215_01 dalla serie Un habitat italiano
078d123806096bef6bdbef621bdbbc11 Quotidiana mente
F. Bortolozzo, 080325_02 dalla serie Un habitat italiano
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F. Bortolozzo, 080401_02 dalla serie Un habitat italiano
c02ea1b8b934b7390a72c629af6d9cad Quotidiana mente
F. Bortolozzo, 2011, Torino dalla serie Passi carrai

3afd8f7a8cd8f2eebd0001ee484d1e7a Quotidiana mente
F. Bortolozzo, 080215_02 dalla serie Un habitat italiano

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Autore Articolo: Anna Mole
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After the break

giovedì, 19 maggio 2011
listen it it After the break
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A. Bronkhorst, Mask Week – cup of rosie lee

Così i presentatori dei seguitissimi quiz americani tengono il pubblico incollato al televisore, pronunciando questa espressione guardando dritto in camera, come se al ritorno si svelasse l’assassino e la gente… ritorna.
La pubblicità mi diverte, in generale, la trovo più sfacciata, più “onesta” del marketing. Il secondo ragiona nel senso: “non ti piace? sei un perdente”, la prima per lo meno ha il coraggio di dire “non ti piace? va bè, mi pagano per dire che è migliore di altro, che ci posso fare?”. 

Nelle pubblicità, gli oggetti, anzi scusate, i prodotti sembrano enormi e se ne usano quantità industriali. Le persone sono sempre vestite bene, anche per lavarsi i denti o pulire per terra, indossano abiti classici, dai torni pastello che fanno pendant con la tappezzeria o il pavimento (a seconda). Nelle pubblicità le donne o sono oche o sono domestiche o sono mamme perfette (più che altro perfettamente finte) o sono vacche oppure sono stronze. Quelli che mi fanno più ridere sono gli spot dove “l’esperto” conferma che il prodotto è “certificato e garantito” dall’“associazione che certifica e garantisce i prodotti buoni e ha un nome impronunciabile”. Mi immagino l’agenzia mentre si scervella: “dobbiamo trovare un attore, ma abbastanza sfigato per essere credibile come odontotecnico, ginecologa, ecc.”
Molti fotografi hanno illustrato questo tema, fotografando cartelloni pubblicitari a fianco dei quali camminano passanti distratti o attratti, lontani o desiderosi di essere “dentro” quelle fotografie; certo sono interessanti, ma dopo un po’ mi annoiano queste immagini e non era questo che stavo cercando. Ho deciso invece di parlare di Adam Bronkhorst e ora spiego perché. Io penso che Adam abbia uno stile per certi aspetti molto “pubblicitario”: l’immagine senza ombre, leccatissima, lucidissima, i colori sgargianti, però usi questo stile per creare un mondo ironico, sarcastico forse proprio nei confronti degli spot. È un ribaltamento dei ruoli che nelle pubblicità sono ferrei: l’uomo non è per forza micio o macho – in questo foto è più che altro un po’ cretino – i sorrisi sono “troppo” sgargianti, i cibi “troppo” perfetti; i cliché sono a tal punto esasperati, è tutto talmente irreale e artefatto da risultare a suo modo genuino e terribilmente divertente. Dedico questo post alla ragazza che è passata ieri in motorino nel sottopasso tra via Schievano e viale Cassala, Milano, urlando a squarciagola: “Io devo andare a lavorareeeee, non ho tempo da perdere e mi dà fastidiooooo!!!!!”: una delle poche cose che mi ha fatto sorridere in questi giorni uggiosi, in cui Jack è malato.

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A. Bronkhorst, FDF waiter
8502119c09a8506a21dff91e3348ad14 After the break
A. Bronkhorst, In the movies
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A. Bronkhorst, DAZ
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A. Bronkhorst, Speghetti on toast

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Autore Articolo: Anna Mole
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New directions (come quelle del Glee)

giovedì, 19 maggio 2011
listen it it New directions (come quelle del Glee)
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M. Varela, dalla serie Personal


Quando ho visto lo stile di questa ragazza ho capito che DOVEVO scriverci qualcosa sopra. Non solo per le foto in sé (non che non sia un motivo sufficiente), ma anche perché mi permettono di parlare di un altro tema molto discusso.

Comincio col dire che chi fa – o cerca di fare – questo “mestiere” vede parecchie immagini al giorno, per parecchie intendo centinaia. A volte mi capita di dover scrivere a un fotografo che già conosco (anche professionista) e chiedermi “che foto fa lui?” e quindi dover tornare a vedere il suo sito; per quanto riguarda Melissa Varela, invece, ho ben presente qual è il suo stile, cosa le piace e cosa no; è un fatto: le sue foto ti arrivano dritte come una secchiata di acqua gelida e te le ricordi, e questo, indipendentemente dal fatto che poi piacciano o meno è già di per sé un pregio. Il suo amore sfrenato per il colore, per la spontaneità, per la composizione APPARENTEMENTE non curata, per la foto “buttata lì come viene viene”, la rendono fresca, nuova, contemporanea. Sarà un caso che è una spagnola, che ha viaggiato parecchio e ora è stata adottata da Roma?

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M. Varela, dalla serie Personal

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M. Varela, dalla serie Personal


Ho così già accennato alla questione dibattutissima, casus belli di fior di litigate con “signori” professionisti del magico mondo della fotografia. Il fatto è che c’è sempre qualcuno che salta fuori col dire che queste sono immagini “ad cazzum”: c’è troppo contrasto, c’è troppo poco contrasto, “lo vedi che sul cappello il bianco non è perfettamente bilanciato?” e poi: ma cosa vuol dire questa inquadratura?, ma a chi interessa fotografare questa cosa? e il mai passato di moda “lo potevo fare anch’io!”. Ecco: non lo potevate fare anche voi e se potete, sbagliate comunque perché copiate!
A parte che qui, a livello di postproduzione, il trucco c’è ma non si vede, poi c’è ricerca, c’è il mettersi in discussione (non solo il mettere a fuoco), lo scoprire nuovi linguaggi, nuove forme di comunicazione. Il punto è che Settimio Benedusi ha ragione (diononvoglia che scriva un’altra volta “Benedusi” e “ragione” nella stessa frase) quando dice che nel 2011 chi vuole fare il fotografo non può avere come massima aspirazione l’immagine “esasperatamente” perfetta, ma dovrebbe concentrarsi anche sul concetto di immagine, sul senso che può avere ancora creare foto in una società che ci circonda, che ci comprime di immagini già “esasperatamente” perfette. Io aggiungerei che chi vuole fare il fotografo nel 2011 sarebbe anche il caso aprisse un libro di storia della fotografia. Quando guardi il lavoro di Jacopo Benassi (artista a ragione “promosso” da Benedusi) e scopri che nelle interviste cita la Arbus, gli dai ragione; così come quando guardi le foto di Melissa ti vengono in mente Eggleston e Martin Parr. Concludo qua. Think about it!

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J. Benassi

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Autore Articolo: Anna Mole
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About Facebook sempre a modo mio

giovedì, 19 maggio 2011
listen it it About Facebook sempre a modo mio
5f3a2e0c5b2bfc68ba991cea57fab7aa About Facebook sempre a modo mio
Era da tempo che volevo scrivere un pensiero su Facebook, MySpace e palle varie, ma rimandavo sempre. Poi l’altra sera ho visto “The Social Network”, la storia di come è nato FB per intenderci. La mattina dopo il buon Matteo Bordone pubblica questo post sul suo blog e mi sono detta: coincidenze o no, è arrivato il momento.
Comincio col dire che io sono propriamente una fan del “cross linking” (sembra una malattia; è una tecnica medica, ma qui è nell’altro senso). Non sono una di quelle persone che hanno il sito con annesso blog, la pagina su Facebook, lo spazio su MySpace,
l’aggiornamento automatico dello stato su Twitter e su FriendFeed e per finire il video su YouTube… per poi dire che hanno tagliato i capelli o “quanto è buono il filetto al pepe verde nel ristorante X in via Y”. Tuttavia, la mia bella paginetta sul “feisbuc” ce l’ho anch’io! E che sono la figlia della serva? A parte gli scherzi: io penso che sarebbe ipocrita e anche un po’ spocchiosamente inutile non usare un mezzo gratuito che si ha a disposizione; è un po’ come se ti regalassero un porta-biglietti da visita (che non è che proprio si muoia senza) e tu continuassi a tenerli nella tasca della giacca gonfiandola all’inverosimile. Quindi io la pagina ce l’ho, che conta ben 57, dico 57 fans! E se dopo questo post diventano 58 potrei addirittura fare un balletto coi pugnetti alzati!
Poi ci sono i fotografi: ‘sti scellerati! Se posso permettermi di dare un piccolissimo consiglio: non mischiate la vita privata al vostro lavoro/passione/aspirazione: non è molto carino se il vostro possibile cliente/datore di lavoro veda che cosa “la pettegola” dice di voi, le foto della cena con gli amici in cui fate la linguaccia, la vostra migliore amica che vi parla di quello stronzo del suo capo, no? A meno che usiate il profilo personale come una sorta di ufficio stampa virtuale in cui mettete tutte le “vostre attività” e in questo caso mi fate un po’ tristezza, ma è una mia opinione. Mark Zuckerberg ha 500 milioni di amici forse proprio perché non ha un solo amico, ma poi ognuno fa quel che vuole… Stesso discorso vale per gli album fotografici: non mettete su FB i vostri lavori “seri” (se proprio avete la malattia del “sharing” a tutti i costi, usate Flickr, però poi non lamentatevi se vi regalano i gattini, i fruttini, i cuoricini come premi). Il punto è che Facebook è una vetrina, non una bancarella del mercato: date un assaggio, mettete il link al vostro sito (CREATEVI un sito o almeno una gallery) e via; ma vi immaginate Avedon che “tagga” Dovima in mezzo agli elefanti??! Per ri-citare il film TSN: “Quando vai a pesca puoi prendere un sacco di pesci o puoi prendere un pesce grosso. Avete mai visto un pescatore farsi la foto accanto a 14 trote?”
P.S.: Nell’immagine avreste sicuramente riconosciuto una foto di Lisette Model, non sono io
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Autore Articolo: Anna Mole
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Capture Camera Clip System per agganciare la reflex ovunque

sabato, 7 maggio 2011
listen it it Capture Camera Clip System per agganciare la reflex ovunque

L’ingegnere Peter Dering cercava un sistema comodo e pratico per trasportare la reflex mentre andava in giro, ma non aveva trovato nulla che lo soddisfacesse completamente.

Così dopo alcuni anni ha deciso di licenziarsi e progettare il suo Capture Camera Clip System. Un piccolo accessorio che vi consente di agganciare saldamente la reflex alla cintura dei pantaloni o a qualsiasi altra cinta come quelle degli zaini.

Come potete vedere il sistema è composto da due parti, il primo che si avvita sotto la reflex ed il secondo che si può agganciare a qualsiasi superficie piatta e grazie allo sgancio rapido permettere di posizionare la propria fotocamera dove risulta più comoda.

La distribuzione di questo prodotto inizierà in luglio e costerà 70$, ma ora è ancora la campagna di kickstarter che consente a chi fa una donazione di 50$ ora di ricervere il prodotto finito senza alcun sovrapprezzo. Cosa ne pensate di questo accessorio?

Via | PetaPixel

Capture Camera Clip System per agganciare la reflex ovunque é stato pubblicato su Clickblog.it alle 13:59 di venerdì 06 maggio 2011.

 Capture Camera Clip System per agganciare la reflex ovunque
 Capture Camera Clip System per agganciare la reflex ovunque

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 Capture Camera Clip System per agganciare la reflex ovunque

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Intervista agli ingegneri Samsung

sabato, 7 maggio 2011
listen it it Intervista agli ingegneri Samsung

Quando di parla di lenti ed obiettivi si pensa quasi sempre ai leader di mercato che hanno sede in Giappone o in Germania.

Qui sopra potete vedere un video in cui gli ingegneri della coreana Samsung parlano del loro lavoro e dei loro prodotti. Una rincorsa nei confronti di marchi storici che disponevano di tutta la tecnologia e del know how necessario per produrre obiettivi di prima qualità. Ora secondo loro la partita si gioca su un piano diverso perché le loro fabbriche non sono assolutamente inferiori a quelle giapponesi e sperano di dimostrarlo con i prodotti creati per il sistema NX.

Come curiosità all’interno del filmato è possibile vedere anche un Samsung 300mm f2.8 XF ED che al momento non è ancora stato presentato sul mercato.

Via | 1001NoisyCameras

Intervista agli ingegneri Samsung é stato pubblicato su Clickblog.it alle 12:00 di giovedì 05 maggio 2011.

 Intervista agli ingegneri Samsung
 Intervista agli ingegneri Samsung

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 Intervista agli ingegneri Samsung

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