Due uomini d’affari appollaiati su provvidenziali trespoli che spuntano dal marciapiede nel tentativo di sbirciare oltre la folla di una parata, aprono la gallery di oggi dedicata alla strade di New York attraversate da Paul McDonough negli anni ‘70.
Strade che pullulano di ciechi e Hari Krishna, impiegati e suonatori, ragazze in shorts bianchi e signore in pelliccia, coppie che si baciano all’uscita della metropolitana o prendono solo un caffè a Central Park, vetrine animate e sorprendenti incontri, raccolte in Paul McDonough: New York Photographs 1968 – 1978.
Un libro a cura di Susan Kismaric, arricchito da un saggio che nasce da diverse conversazioni con lo scrittore e poeta Alberto Mobilio, edito lo scorso novembre, in concomitanza con la mostra ospitata alla Sasha Wolf Gallery di Chelsea fino all’8 gennaio 2011 .. in sostanza un concentrato della sorprendente varietà offerta dalla strada, quarant’anni fa come oggi, che invito a esplorare e sfogliare.
Tutti i giorni una piccola scoperta, qualche volta anche quella ‘della cosiddetta acqua calda’, ci rivela la conoscenza superficiale che abbiamo di cose più o meno complesse che diamo per scontate.
Ricordo ancora l’emozionante scoperta degli studi visivi sulla locomozione di Eadweard Muybridge come una sorprendente rivelazione per lo sguardo della bambina cresciuta con Instamatic, Polaroid, Cinema e Televisione.
Una rivelazione sotto tanti punti di vista, con la quale la retrospettiva ospitata alla Tate Britain fino al 16 Gennaio 2011, e un nuovo volume della Taschen consentono di misurarsi.
Ogni volta che perdiamo di vista il profondo legame che abbiamo con la natura e con i suoi cicli universali e ineluttabili, passiamo il tempo a raccogliere le macerie della nostra sconfitta, così come ogni volta che ci fermiamo a riflettere su questo genere di ‘catastrofi’ possiamo trarne considerazioni preziose per la nostra esistenza.
Con lo sguardo sedotto ed intimorito dalla forza primordiale e misteriosa della natura, quanto dalle inevitabili e spesso sorprendenti ricadute sul nostro vissuto personale ed emotivo, Jane Fulton Alt ha puntato l’obiettivo sul fuoco, sulla forza distruttiva e al contempo rigenerante delle fiamme e sull’antitesi vita-morte.
The Burn, in mostra alla Corden|Potts Gallery di San Francisco fino al 30 ottobre, è il frutto di tre anni di lavoro iniziati in concomitanza con la chemioterapia della sorella, un trattamento che come il fuoco rimuove la crescita indesiderata per consentire un ciclo di rinnovamento.
Il ciclo della vita e i misteri che lo regolano, vero leitmotiv di queste immagini, sembrano essere in realtà il filo conduttore dei progetti della fotografa americana, da Surviving Cancer a Crude Awakening sulla fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico, da On Womanhood a Katrina, raccolto in Look and Leave: Photographs and Stories from New Orleans’s Lower Ninth Ward (Center Books on the American South) Edito da University of Georgia Press, che potete sbirciare nel video a seguire.
In concomitanza con il 50° anniversario dell’A Bout de Souffle (1960) di Jean Luc Godard e i 90 anni di Raymond Cauchetier, la James Hyman Gallery di Londra, rende omaggio agli splendori di una Nouvelle Vague che non smette di affascinare e far riflettere, e a uno dei suoi testimoni più fedeli, proprio a partire dal set di quel Fino all’ultimo respiro … che lascia ancora senza fiato per l’incapacità dell’essere umano di sentire il respiro profondo delle cose.
La Nouvelle Vague. Iconic New Wave Photographs by Raymond Cauchetier rimarrà visitabile fino al 28 agosto, insieme agli scatti che il fotografo ha colto durante le riprese dei film francesi che hanno dato corpo e anima al movimento artistico. Immagini e film sicuramente più famosi e conosciuti del fotografo stesso.
Dalla passeggiata di Michel Poiccard (Belmondo) e Patricia (Jean Seberg) sugli Champs Elysées di A Bout de Souffle (1960), il primo lungometraggio di Jean Luc Godard nonché manifesto della Nouvelle Vague, alla memorabile corsa sul ponte del triangolo impossibile ‘Catherine, Jules et Jim’ di François Truffaut, ma anche il fascino conturbante di Anouk Aimée in Lola di Jacques Demy, o l’ironico Belmondo di Une Femme est Une Femme di Godard, che grazie alla James Hyman Gallery potete sbirciare anche qui.
In mostra le immagini di un fotografo autodidatta, che dopo gli esordi con la macchina fotografica in Indocina, mentre prestava servizio nella Air Force Francese, si ritrova in patria a lavorare per pochi soldi con un regista fuori dal comune, sul set di un film sul quale nessuno avrebbe scommesso, quell’A Bout de Souffle (1960) di Jean Luc Godard, appunto. Nel trailer a seguire.
L’aspetto da ragazzaccia sensuale ma sempre fashion di Kate Moss, capace di attraversare indenne le sfuriate di mode e scandali, e il look che strizza l’occhio al passato di Isabel Marant, caratterizzano il mix esplosivo della nuova collezione autunno inverno 2010/2011 del brand francese.
Questa prima immagine (sulla sinistra) inaugura la campagna fotografata a Parigi dal duo artistico Inez van Lamsweerde & Vinoodh Matadin, dei quali consiglio di non perdere la mostra“Pretty much everything – Photographs 1985 – 2010″, dalla quale arriva Anastasia (il poster in maschera sulla destra).
La personale allestita al Foam di Amsterdam, fino al 15 settembre, compie un viaggio intrigante nei territori visuali esplorati nella lunga collaborazione dal team di fotografi olandesi, estremamente agile e sinuoso quando si tratta di attraversare generi, limiti e confini di fotografia artistica e fashion.
L’America più instabile e precaria, quella in rovina, degli edifici vuoti e abbandonati, devastati da un’economia fragile e corrotta, da vandalismi e incuria, dalla forza della naturale che tende a prevalere, abita le pagine di Detroit Disassembled, edito da Damiani.
Aditya Mandayam abita a Fabrica, programmatore, matematico e prima ha lavorato anche come lucidatore di bare.
Sta diventando molto famoso in rete grazie ali suoi Laptopogram. In pratica realizza delle stampe fotografiche partendo da foto mostrate sullo schermo del proprio computer. Abbiamo avuto l’opportunità di fargli un’intervista che vi proponiamo in esclusiva (nel seguito del post un aggiornamento esteso, in inglese).
Come ti è venuto in mente l’idea del laptopogram? Sono molto pigro ed ero sdraiato al sole quando mi è venuta quest’idea.
Puoi spiegarci come funziona il sistema? La carta fotografica è sensibile ad ogni tipo di luce. Il tempo ed il tipo di luce che colpisce la carta determina il tipo di immagine.
Un laptopogram si realizza tenendo la carta fotografica contro il monitor ed accendendo lo schermo per qualche secondo. Dopo si sviluppa la stampa nella maniera classica.
Ovviamente non è necessario un portatile. Potete usare una televisione o, per esempio, un iPhone. Qualsiasi tipo di schermo.
Quali sono i vantaggi di un laptopogram? Questa tecnica permette di fare velocemente delle stampe a partire da qualsiasi immagine digitale: foto, grafica o persino filmati.
Inoltre il tempo per realizzare una stampa è poco.
E viene bene.
Come provare a realizzare un laptopogram in casa (regolazioni monitor, tempi di esposizione, ecc..)? Il minimo che vi serve sono i reagenti chimici, la carta fotografica ed una stanza buia.
Tutto il resto è variabile.
Ha usato una padella del mio forno per lo sviluppo, una lampadina rossa della mia bicicletta per vedere al buio ed a volte utilizzo il caffè per fare stampe.
Quali consigli daresti per chi ha voglia di provare a realizzare un laptopogram? Arachide + coriandolo = good.
Come prevedi di migliorare la tecnica del laptogram? Con la pratica.
Risposte in inglese.
How did the idea came to you? I’m terribly lazy and was lying down in the sun and the idea just came into my head.
Can you explain how the system works? Photopaper is sensitive to any kind of light. The amount and quality of light, and the time for which you shine light on the paper determine the image.
Laptograms are made by taking a sheet of photo paper, pressing it against the monitor of a computer, and turning on the screen for a little while. After exposing you develop the print in a standard manner.
You dont need a laptop, of course. You can use a television, or an iPhone for example. You can use any kind of screen.
What are the advantages of a laptopogram? This technique allows me to quickly make prints from any digital image: either photo, or graphics, even movies.
Plus the time period to make a print is smaller.
And it looks good.
How can somebody do a laptopogram at home (screen, calibration, exposure time, etc)? The minimum you will need is chemicals (for developing and fixing) and photopaper and a dark space.
Everything else is variable.
I used a tray from my forno for developer, red light from my bicicletta for seeing in the dark, sometimes I use coffee to make prints.
What advice would you give to those who want to try out a laptopogram? Arachide + coriandolo = good.
How do you plan to improve the technique of laptogram? By practice.
UPDATE: EXTENDED INTERVIEW FOLLOWS
1. What is your history as a photographer?
I remember taking one photo when I was eight or nine. I was in the lounge of our home and my mother sat in front of the fireplace. This photo is perhaps from the same period as well. I found the scratched up negative two years ago when I went home.
A few years ago I stopped making darkroom prints. I scanned all my negatives on drumbeds and emailed myself the files. Laptopograms are the exact inverse; I take photos digitally and print them analogue. Its good to start again.
I started digital photography fairly recently. I now use my camera as a notebook of sorts, taking photos of everything. I put CHDK on it. Now my thoughts are distorted by this camera. Its like having memory you can grep.
2 – Can you tell you more about your previous experiments?
I like thinking of certain kinds of photography-as-performances.
Once I made casein prints and put them on little pieces of bread. The negatives had been developed with mint. Someone told me horse urine was the best toner but I didn’t find any horses in Helsinki so I used my own. I then walked around offering these foto-biscotti to people. Some people ate them. Some saw them for a little while, and then ate
them. Potassium bichromate is not good for you. Please don’t eat it.
At the PKBB in Jakarta I found an old Xerox machine. Now Bahasa Indonesia is quite fun; ‘foto’ means ‘photo’ ‘kopi’ is ‘coffee’, and ’susu’ is ‘milk’. ‘fotokopi’ is ‘photocopy’ and ‘kopisusu’ is ‘coffee with milk’.
My performance was called ‘fotokopisusu’. I developed some negatives in caffenol (which is coffee with washing soda) and made casein prints (casein extracted from milk). The audience was given the use of the Xerox machine. Some people made photocopies of the kopisusu prints. Some took my prints and left xeroxes behind.
In school I did a piece called ‘Aha! Oho!’ by asking people to imagine photographs. I would do this by placing an imaginary camera at a certain spot and asking people what they thought of the results. Sometimes I’d place the camera right atop our heads or in my shoe. Sometimes behind imaginary walls or in my mouth. I remember talking to Valentino Braitenberg about imaginary cameras and it was most jolly. He gave me those glasses you see in the picture. They have polarised lenses.
I would like to repeat these performances someday.
Here are two other pieces i did: here on Vimeo. The latter involves a rather lovely pianola roll given to me by Andy Cameron.
3. What are the techniques you enjoyed the most and appreciated in master’s works.
The Ungaro-Serbian photographer Andrea Palasti showed me Moholy-Nagy’s device. I liked it. The interwar period was good.
I make prints in my bathroom. And since my laptop is my lightsource I had internet in my darkroom. It was new.
4. What is the philosophy behind Laptograms, is ther anything behind it or is it just an impromptu discovery? Similarities and genealogic links with the history of photo printing?
Memory is funny. I usually have a backlog of film to be developed in a bag. Its all mixed. I developed some photos last week that I took two years ago. Its funny seeing old film that you shot. It triggers all these memories and sensations. Sometimes you do not remember taking this photo and this alters your memory of the past. Sometimes you go ‘Ah! so.’ Its like dental floss.
Early photography is interesting. You see it being used as an anthropometric tool, as an instrument. It becomes artistic later on.
A laptopogram is a mnemonic, as some photos are. It is a sign to remember the quotidian.
5. Where do you see Laptograms evolving in a year? Is there any specific subject where they might find anatural habitat and offer unique experience to the enthusiast?
Hmm. Laptopograms with Polaroid film is top on my list. You dont need any chemicals. You simply need a dark space.
Laptopograms of websites, of computer interfaces, of email inboxes, of internet porn – of these spaces we inhabit for eight hours a day.
Perhaps prints from movies; by playing cinema instead of displaying a static image.
I got hold of an iPhone yesterday. Its fun to use it like a stamp. Its a perverted scanner.
There are some websites which describe the shell script I used as a ‘virtual shutter’ or a ’shutter’. This is a flawed analogy. The script simply turns on the monitor. It is a timer. The nature of this technique is to ‘fold down’ the negative and the light source into a single object.
6. What were your feelings while watching this phenomenon grow like wildfire on the web in 36 hours?
Bemusement. Fabrizio Urettini and Alexandre Saumier-Demers were with me while this happened and we laughed.
7. What are you doing now?
I’m doing a series of prints for Fabrica. They are prints of the desktop screenshots of resident Fabricanti. I wrote to some of them and asked them to email me screenshots. Some responded immediately; some were shy; some rearranged things on their desktop; some said it was unfair because their desktops were not cool. It’s
been fun.
I might do something with Fabrizio’s gallery XYZ. A public darkroom perhaps,a circus sideshow.
8. Anything else?
Some people thought arachide+coriandolo=good was a chemical formula for developer. I meant to say that I like peanuts with coriander, its tasty.
photographs about spring Premio Primavera 2009 Spring Award
Termine utile per l’invio delle foto: 22 giugno 2009
Closing date: 22th june 2009
The competition is open to all except the members and administrators of cfcontroluce. There are no entry fees. » The photos (black-and-white theme: spring) must be sent until each closing date (22th june 2009) by e mail. » The photos (.jpg) must have 600 pixels in their bigger side. » The size of the files cannot exceed 150kb. » Each email must be sent obligatory with the following information:
(1) name-surname of the author,
(2) city and country of the author,
(3) photo title,
(optional) web site of the author. » The photos should not be send with frames neither signatures. » The limit accepted, for each season, are 2 photos by author
(1 photo for each email).
To: concorso@cfcontroluce.it Subject: Â four seasons award
La rivista inglese The Indipendent ha parlato non molto tempo fa di un curioso ritrovamento di fotografie che ritraggono soldati britannici della Prima Guerra Mondiale. Si tratta di una collezione di più di 400 ritratti d’epoca fatti da un anonimo fotoamatore ad altrettanti volti anonimi, dei soldati che provengono presumibilmente dalla Gran Bretagna, dal’Australia o dalla nuova Zelanda.
I possessori di questi archivio storico sono Bernard Gardin e Dominique Zanardi. Le fotografie sono state scattate in Francia, più precisamente in un paese chiamato Warloy-Baillon, il periodo a cui risalgono sono tra l’inverno del 1915 e la primavera-estate del 1916.
La rivista, come anche i possessori delle fotografie, vuole mostrare pubblicamente questi ritratti per capire se i parenti o conoscenti di questi volti possano dare finalmente anche dei nomi ad ognuno di loro.
My Body Landscapes project.
Dimensions: 70 x 50 cm
Technique: Lambda Print
In “My body landscapes” the artist conducts a research into her mind, through her body, to show her soul.
The body is analysed, dissected, frame by frame, to look for the symbiosis between the body and the mind, between sensations and emotions that come from the body language.
The skin shows the connection and the signs of the time are written on it, as scars of the soul.
The artist, through the mixed media photographs, shows that link, as intricate nature, creating emotional landscapes.
Titolo: Fotologie. Scritti in onore di Italo Zannier A cura di: Nico Stringa Editore: Il Poligrafo Collana: Miscellanea Pagine: 450 Formato: 17 x 24 cm Illustrazioni: in bianco e nero e a colori Codice ISBN: 88-7115-522-X Prezzo (di copertina): 32,00 Euro
In questi saggi, dedicati alla figura e all’opera di un pioniere nel campo degli studi sull’arte fotografica come Italo Zannier, il posto centrale non poteva che essere occupato proprio dalla fotografia – e dalle molteplici relazioni che questa disciplina intrattiene con le più disparate espressioni artistiche: dalla pittura al cinema, dall’arte dei mosaici alla letteratura…
Ecco, quindi, che emergono nei differenti contributi le tante possibili sfaccettature dell’universo fotografico: l’interesse di autori come Verga, Belli, Henry James per questa nuova arte; uno sguardo alla variegata produzione di pittori e di fotografi contemporanei (Fenton, Vender, Bresolin…); un’incursione nella “filosofia del paesaggio†secondo Georg Simmel; un’analisi dei rapporti tra la fotografia italiana e la pittura metafisica; un parallelo tra la fotografia e le raffigurazioni musive medievali; la scoperta dei “dagherrotipi†del Liceo Foscarini di Venezia; una riflessione sulla tutela giuridica della fotografia come bene culturale; una ricognizione dei libri e delle riviste fotografiche in Italia dal dopoguerra ai giorni nostri; un’esame dell’indimenticabile figura di “Paparazzo†nella Dolce Vita di Fellini…Un affresco complesso e multiforme che oltre a evidenziare il valore della fotografia come autonomo strumento espressivo, ne sottolinea i legami con le principali correnti artistiche.
Tra i contributi presenti nel volume: Peter Galassi, Renato Barilli, Pietro Gibellini, Mario Isnenghi, Marina Miraglia, Paolo Puppa, Lionello Puppi, Vittorio Sgarbi…
Nico Stringa è docente di storia dell’arte contemporanea all’Università di Ca’ Foscari.