Shopping e moda possono far perdere la testa, e già nel 1939 Harper’s Bazar metteva in guardia le ave delle fashion victim di oggi con questa immagine di Herbert Matter, recuperata nella scatola del tempo dal diario di ispirazioni visuali The Eclectic Eye.
Un’eloquente visualizzazione operata dall’eclettico visual artist, graphic designer e fotografo, apprezzato per l’uso pionieristico del fotomontaggio e le combinazioni audaci di immagini, spazio e parole, per quello sperimentale della fotografia pubblicitaria in equilibrio costante con progetti artistici, e la ritrattistica di personaggi contemporanei del calibro di Jackson Pollock, Willem de Kooning o di Alberto Giacometti.
Un talento singolare tutto da riscoprire, anche grazie anche a The Visual Language of Herbert Matter, il documentario (nel video dopo il salto) scritto e diretto da Reto Caduff, che attraverso un ricco album di foto d’epoca e lavori di progettazione grafica, filmati inediti, e il contributo di luminari come Robert Frank, Massimo Vignelli, Alvin Eisenmann, Steven Heller, Elaine Lustig Cohen, esplora l’impatto sociale e culturale del linguaggio visivo di Herbert Matter su un’intera generazione di designer e artisti.
Due uomini d’affari appollaiati su provvidenziali trespoli che spuntano dal marciapiede nel tentativo di sbirciare oltre la folla di una parata, aprono la gallery di oggi dedicata alla strade di New York attraversate da Paul McDonough negli anni ‘70.
Strade che pullulano di ciechi e Hari Krishna, impiegati e suonatori, ragazze in shorts bianchi e signore in pelliccia, coppie che si baciano all’uscita della metropolitana o prendono solo un caffè a Central Park, vetrine animate e sorprendenti incontri, raccolte in Paul McDonough: New York Photographs 1968 – 1978.
Un libro a cura di Susan Kismaric, arricchito da un saggio che nasce da diverse conversazioni con lo scrittore e poeta Alberto Mobilio, edito lo scorso novembre, in concomitanza con la mostra ospitata alla Sasha Wolf Gallery di Chelsea fino all’8 gennaio 2011 .. in sostanza un concentrato della sorprendente varietà offerta dalla strada, quarant’anni fa come oggi, che invito a esplorare e sfogliare.
Jeffrey Martin ha passato tre giorni in cima al Centre Point di Londra per realizzare una foto panoramica a 360° con una risoluzione di ben 80 gigapixel.
Realizzata dall’unione di 7886 singole foto realizzate durante l’estate vi consente di esplorare Londra con un dettaglio incredibile. Al momento è la fotografia più “grande” del mondo, ma probabilmente c’è già qualcuno che starà lavorando per superare questo record.
Non sempre le cose sono quelle che appaiono, anche se il turismo al quale fa riferimento Nicholas Dhervillers con Tourist 1 e Tourist 2, sembra comunque perfetto per esplorare tutti quei non luoghi incastrati tra realismo e artificio.
Luoghi ‘naturali’ distorti da ombre discrete e concentrazioni luminose, che accolgono le immagini di turisti sui generis estrapolati a loro insaputa dal web e dal contesto originario, per restituire la migliore illusione di realtà e paesaggi inquietanti a “spettatori” avventurosi.
Turisti sbarcati su Google da ogni angolo di mondo e finiti nei fotomontaggi dei Tourist di Nicholas Dhervillers, che invitano a riflettere sulla questione del diritto d’autore e sul proliferare di immagini, moltiplicate, replicate e a disposizione di tutti con un click, premiati con una menzione speciale della giuria del Premio ARCIMBOLDO 2010.
Turisti di non luoghi intriganti che trovate in mostra al Photo Levallois dal 23 novembre al 18 dicembre 2010, e con una collettiva votata al turismo alla Galerie du Jour Agnès B’ fino all’8 gennaio 2011. A questo punto non posso che augurarvi ‘buon viaggio’.
Appagando contemporaneamente le mie passioni per l’Africa, gli studi antropologici, la fotografia e le pubblicazioni fotografiche, oggi dedico una segnalazione ad Angela Fisher e Carol Beckwith, che da oltre trenta anni vivono a stretto contatto con le etnie indigene africane cercando di preservarne rituali e memorie che rischiano di scomparire.
Dopo tante foto e pubblicazioni straordinarie dedicate a quei riti e quelle tradizioni tribali millenarie, che la loro fondazione African Ceremonies Inc è impegnata a sostenere con i proventi di vendite e iniziative, alla pregevole collezione si aggiunge una nuova pubblicazione sui Dinka del Sudan Meridionale.
Dinka Legendary Cattle Keepers of Sudan, arricchire peraltro lo scaffale della Modernbook Editions, con immagini e i rituali di un popolo straordinario che ha prosperato con l’allevamento e il commercio di bestiame, fino a quando la guerra civile del Sudan ne ha messo a rischio usi e costumi. Immagini entusiasmanti in mostra alla Modernbook Gallery di San Francisco fino al 27 novembre, che grazie a loro potete sbirciare in questa gallery.
Nelle immagini, un popolo con un profondo legame fisico e spirituale con la terra e gli animali, e una devozione per le loro mucche dalle grandi corna addirittura leggendaria.
Una tribù di pastori che per anni ha proliferato in un territorio esteso tra il Nilo Bianco e gli affluenti Bahr el Ghazal a occidente e il Sobat a oriente, fra i distretti di Wau e Bor, dormendo e vivendo in mezzo alla mandria, dando ai bambini il nome dell’animale preferito dal genitore, e soffiano nella vagina delle mucche per favorirne la fertilità.
Un popolo infinitamente bello, se mi concedete l’espressione, proprio in virtù dei suoi colori e tradizioni, e quella pelle tanto nera come l’ebano quanto ‘bianca’, da guadagnarsi il termine di “ghostly” (fantasma) tra i primi esploratori, perché cosparsa della cenere bianca di sterco bovino per preservarla da morsi di insetti e malaria (la stessa con la quale si puliscono i denti), suggestivamente in linea con termini come “jieng” e “mony-jang”, ovvero “men of men”, con i quali i Dinka si fanno chiamare. Il fatto che sia altissimi, flessuosi e belli come dei, ovviamente contribuisce.
Il libro edito da Rizzoli Usa nello scorso settembre, con i resoconti delle due fotografe e l’introduzione di Francis Deng, attuale consigliere speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite sulla prevenzione del genocidio, e le copie da collezione disponibili da ottobre in cofanetti impreziositi da una stampa a scelta tra le cinque contemplate (nell’ultima immagine della gallery), sono un po’ costosi, ma se pensate che il ricavato andrà a sostenere queste stesse comunità e le preziose tradizioni che rischiano di perdere, i prezzi in rapporto a quelli di questo genere di pubblicazioni appaiono irrisori, oltre che ben spesi.
Avete mai guardato qualcuno negli occhi per vederlo? Anche se spesso guardare non significa vedere, immaginate per un attimo di non poter disporre degli occhi e dello sguardo per esplorare lo spazio, e ancora di più l’intangibile che lo attraversa e riempie.
Un universo poco visibile, profondamente nero e oscuro per molti, bianco per il protagonista del romanzo “Cecità” di José Saramago, Blanco per il reportage di Stefano De Luigi, che in collaborazione con la ONG Christoffel Blindenmission International in 5 anni ha fotografato i centri oftalmici e le scuole per ciechi di 16 paesi in 4 diversi continenti.
Blanco – Visions of blindness raccoglie immagini di ragazzi senza bulbi oculari e bambine alle prese con le prime ombre dopo un trapianto di cornea, di occhi che non vedono, di mani che sentono e corpi che percepiscono lo spazio che li circonda, in Asia come in Africa, nell’Europa Orientale come in Sudamerica.
Immagini che ricordano a noi ‘ciechi per scelta’ tutto quello possiamo e non vogliamo vedere, insignite dall’Eugene Smith Fellowship Grant nel 2007, e raccolte nel volume Blanco come la copertina, edito da Trolley Books, con testi di Philippe Dagen, Giovanna Calvenzi ed estratti del Nobel per la letteratura José Saramag.
Ricordo a tutti gli interessati che il fotografo sarà presente in galleria anche venerdì 15 ottobre alle 18.00 per un incontro, libero e gratuito con aperitivo, di presentazione del workshop Classici & outsider del fotogiornalismo e del viaggio attraverso la storia del reportage e dei suoi interpreti principali che De Luigi terrà in galleria sabato 16 e domenica 17 ottobre dalle 10.30 alle 18.30.
In attesa che il sito di NIPPON. Tra mito e realtà: arte e cultura nel Paese del Sol levante sia finalmente navigabile (non prima del 23 ottobre) e Lugano si riempia di miti e realtà del Paese del Sol levante, continuiamo la nostra piccola esplorazione dell’autunno svizzero dal sapore decisamente orientale, passando dalle origini della fotografia alle sue espressioni più contemporanee.
Dall’ineffabile perfezione delle stampe fotografiche del XIX secolo ospitate a Villa Ciani, ad Araki Love and Death allestita al Museo d’Arte di Lugano, il viaggio è decisamente lungo ma sorprendentemente ricco di stimoli, intriganti legami e conturbanti connessioni.
Le due mostre fotografiche vicine e distanti, rendono ancora più evidenti la bellezza caduca dei fiori, il mutare delle stagioni e la sensualità femminile dei Sentimental Journey di Nobuyoshi Araki, quanto dei suoi discussi panorami urbani e “umani” spesso senza veli, costanti imprescindibili tanto dell’arte giapponese più antica e della sua cultura millenaria, quanto delle sue espressioni più contemporanee.
Legami tanto più sorprendenti, in quanto emergono dalla ricca, eclettica, discussa e quasi ‘urgente’ produzione dell’artista giapponese, offerta dalla retrospettiva curata da Fuyumi Namioka, e arricchita da una serie di scatti inediti realizzati nelle settimane immediatamente precedenti la mostra ed esposti a Lugano in assoluta anteprima.
Se le ragioni per invidiare la Svizzera sono tante, oltre a quelle sapientemente e ironicamente visualizzate dalla Switzerland vs the World edita da Riverboom, annovero la prossima stagione espositiva dedicata al Sol Levante.
Geishe e samurai, l’arte dell’amore e quella della guerra, rituali e tradizioni, dal 23 ottobre al 27 febbraio 2011 animeranno Lugano con la rassegna NIPPON. Tra mito e realtà: arte e cultura nel Paese del Sol levante, insieme a mostre, spettacoli live e corsi pratici per esplorare segreti e misteri di questa cultura millenaria capace di sedurre linguaggi e pratiche moderne, insieme alle arti marziali e quelle della vestizione, quella dell’origami e del bonsai…
Un lungo viaggio che parte da lontano, dipinge il tempo e lo spazio attraverso le vicende del movimento artistico Gutai al Museo Cantonale d’Arte e nel Parco di Villa Ciani, sfiora Arte ed Eros del periodo Edo con le “immagini della primavera” Shunga (??) al Museo delle Culture, Heleneum, ed esplora la storia iconografica del Giappone di ieri e di oggi attraverso due mostre fotografiche decisamente interessanti.
Prima ancora di giungere però a dare uno sguardo all’iconografia contemporanea e alla mostra di Nobuyoshi Araki, questa gallery fornisce un assaggio delle 200 stampe in mostra a Villa Ciani, provenienti da una delle più grandi raccolte di fotografi della seconda metà dell’Ottocento.
Parliamo perlopiù di colorate stampe all’albumina acquerellate a mano, che svelano la natura “educata” dalla cultura, il profondo legame della fotografia giapponese con le stampe del ukiyo-e, un gusto evidente per l’esotismo come per le numerose espressioni della femminilità, da quella casalinga a quella di piacere … insomma di una ‘ghiottoneria’ per palati sedotti da filosofie e culture orientali, quanto da setosi kimono e ciabattine infradito.
PhotoFarm
Scuola di Fotografia naturalistica e reportage www.photofarm.it
Organizza per il mese di Ottobre 2 corsi di fotografia in natura alla scoperta dei colori autunnali dei nostri boschi e uno esclusivo in grotta in Liguria.
Seguono i corsi e i link su programmi, costi e altre infomazioni.
Nel Parco dell’Aveto alla scoperta dei segni lasciati dai ghiacciai. Quassù in questo angolo di entroterra ligure troviamo laghi dall’aspetto alpino attorniati da una ricca varietà di piante che colorano questo parco di tonalità molto calde. Il bosco di faggio è casa per molti animali, non è difficile osservare molti rapaci e anfibi. Le facili escursioni ci porteranno alla scoperta dell’Agoraie e il Monte Aiona, conosciuto per le sue particolari rocce. Un ambiente molto vario che passa dal bosco di latifoglie ai pascoli in quota da dove si può nelle belle giornate osservare buona parte dell’appennino Ligure. Il programma del corso prevede facili camminate per realizzare immagini di paesaggio il primo giorno e anfibi, funghi e sottobosco il secondo.
Siamo da sempre abituati a pensare alla fotografia in esterno, al più subacquea, ma esiste anche una fotografia degli inferi della terra. Le grotte possono sembrare un posto ostile e buio, ma anche qui la natura è riuscita a intervenire, con microrganismi, sopratutto alghe, piccoli insetti, ragni e vertebrati. Molti abitanti delle grotte presentano adattamenti assai marcati: la riduzione degli occhi, lo sviluppo di altri organi sensibili e la depigmentazione. All’ingresso delle grotte, troviamo invece, animali che vivono all’esterno come i pipistrelli. Esplorare questo mondo non è facile; ecco perchè abbiamo scelto un luogo messo in sicurezza, aperto al pubblico e gestito dalle guide. Un’occasione per imparare le tecniche di ripresa senza ledifficoltà della speleologia, quindi con calma e senza la necessaria, esperienza che richiederebbero cunicoli e caverne in grotte non attrezzate. La grotta di Valdemino a Borgio Verezzi (in Liguria) è conosciuta come la grotta più colorata d’Italia, un paesaggio sotto il paesaggio terrestre, una cattedrale fiabesca costruita dal lento processo delle piogge e non da fiumi sotterranei. Un’itinerario di 800m con 30m di dislivello verso il basso, un‘atmosfera irreale, a volte nebbiosa, 16°c di temperatura e il 90% di umidità. Quest’ultime rientrano tra le difficoltà tecniche che verranno risolte nell’ambito del nostro corso, in aggiunta a quelle compositive e alla complessa illuminazione dei contorti paesaggi sotterranei.
Il nostro corso prevede due uscite mattutine di 4h dentro le grotte, riservato esclusivamente al nostro gruppo fotografico. Il pomeriggio, dopo la pausa pranzo, si prevedono percorsi in auto o a piedi della parte superiore, lungo i paesaggi a macchia mediterranea della costa ligure. Fino a sera avremo modo di visitare i borghimedioevali, di cui è ricca questa regione. Nel dopocena del primo giorno si prevede la visione degli scatti effettuati in grotta la mattina, per risolvere gli errori e ripetere la sessione il giorno successivo.
Una foresta magica. Un santuario di alberi come il faggio, l’abete bianco, l’acero. Un luogo dal sapore antico, preservato nei secoli. Le foreste Casentinesi conosciute per la loro bellezza nei secoli, già Dante le citava nei suoi scritti, un fascino millenario di cui ancora oggi possiamo godere. L’autunno è il mese più opportuno per vivere l’atmosfera della foresta, le piante caducifoglie, si colorano con tinte pastello, il giallo, rosso, marrone. Per il fotografo non c’è momento migliore per dedicarsi alla realizzazione di immagini di paesaggio, in autunno oltre al colore, il clima cambia spesso e regala interessanti fenomeni come le nebbie che se osservate nella foresta portano la nostra mente a pensare ai folletti e gli gnomi.
Haiti, nel cuore e negli occhi del mondo intero per gli esiti disastrosi dell’ultimo terremoto, e ancora di più per i problemi ‘sepolti’ che questo ha riportato a galla, è protagonista di una mostra ‘sul prima e il dopo’, che contribuisce ad arricchire la riflessione.
“Haiti, the Melancholy of Shadows” e le fotografie di Moises Saman, non inquadrano solo le elezioni presidenziali del febbraio 2006, e il dopo sisma, ma accostano due facce della stessa medaglia, due momenti diversi e distanti dello stesso paese e della sua natura complessa e tormentata, al contempo tranquilla e turbolenta, arrendevole e violenta.
“Haiti, the Melancholy of Shadows”, ideata da Daria Bonera e curata da Chiara Oggioni Tiepolo, alla B>Gallery di Roma dal 06 al 27 ottobre 2010, mostra la faccia di un popolo povero ma ricco di ombre e tradizioni, che sa essere intenso e quasi mistico anche quando gestisce i momenti di caos.
Nella gallery un campione delle immagini esposte, ma per farvi un’idea di quello che sarà davvero in mostra, consiglio di guardare con calma i due reportage direttamente nel portfolio del fotoreporter peruviano, completi di credits e riferimenti spazio temporali preziosi, e ovviamente una volta lì concedersi una ricca esplorazione del resto.
Che tengo lo sguardo sulla strada, su chi la attraversa e fotografa, quanto sulle esplorazioni della quotidianità più casuale e spesso sorprendente, lo avete capito da tempo, quindi potete immaginare con quanta emozione posso accogliere non una ma due mostre dedicate a Robert Doisneau.
Un grande interprete di questo genere di fotografia, improvvisata o preparata come nel caso de Le Baiser de l’Hotel de Ville, ma sempre vitale, divertita, contagiosa ed emozionante, al quale la Fondazione Forma di Milano rende omaggio con due mostre nate dalla collaborazione con la famiglia Doisneau e la Fondation Cartier-Bresson di Parigi.
Un’occasione impedibile per attraversare le strade di Parigi in bianco e nero, tra amanti e bambini, ogni genere di passante e mezzo di trasporto, e quelle a colori della californiana Palm Springs, Dal mestiere all’opera a Palm Springs 1960, fino al 17 novembre.
… non di bollettino di ‘guerra’ si tratta, tranquilli, ma di alcuni ingredienti del reportage di viaggio “on the road” intrapreso da quattro impavidi giovani fotografi italiani ‘armati di Polaroid’ partiti all’esplorazione della Scandinavia, da Amburgo, a Horsens, passando per Kristansand, Floro, fino all’isola di Öland, l’isola dei mulini”.
A questo aggiungete, 200 pacchi di pellicole Polaroid e circa 1800 scatti, quattro punti di vista differenti, da Anna Morosini a Elena Vaninetti, da Gabriele Chiapparini ad Andrea Colombo, più quelli dei fotografi ‘locali’ come Ines incontrati lungo la strada, in un caleidoscopio di fiordi, villaggi e piccole città, ma anche il Circolo Polare Artico e le isole Lofoten, insieme a tante scoperte, incontri ed emozioni, ed avrete una prima idea dell’impresa.
Un progetto avventuroso, forse anche una guida anticonvenzionale, che culminerà con la Mostra Ufficiale Four Lines alla Fabrica Features di Bologna, il prossimo 8 ottobre 2010, e quattro del viaggio condiviso per ciascun percorso individuale, scatti formato polaroid come quelli della gallery accompagnati da testi emozionati e descrittivi ..
Gabriele
Day 6 R.I.P. SX-70 (a destra nella prima immagine)
La mia sx-70 e? caduta nell’acqua del mare.
Sicuramente non poteva scegliere un luogo migliore per
morire. Trattengo le lacrime. Riposa in pace.
Ma anche alcune selezioni video del viaggio come quello a seguire.