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giovedì, 15 luglio 2010

Il Progetto Einstein è nato come un corso fotografico per i giovani di un campo profughi in Bangladesh. Il nome è stato scelto da uno dei partecipanti perché “nonostante Einstein fosse un profugo è riuscito a fare grandi cose”.
Ora il progetto si è espanso in altri stati come Sud Africa, Thailandia, Haiti e Guatemala e cerca di insegnare ai giovani in condizioni difficili l’arte e le tecniche per immortalare la propria terra. Alla fine del corso i lavori realizzati sono mostrati sia alla comunità locale sia a quella globale attraverso internet.
Lo scopo è quello di fornire a giovani una voce con cui farsi sentire per quanto riguarda i temi dell’educazione, diritti e sviluppo.
Via | BoingBoing
Progetto Einstein per aiutare i bambini profughi é stato pubblicato su clickblog alle 15:00 di martedì 13 luglio 2010.
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giovedì, 1 luglio 2010

Mentre la malnutrizione infantile continua a debilitare e uccide il presente e il futuro di bambini disseminati in giro per il mondo, la campagna internazionale e multimediale “Starved for Attention: il cibo non basta” di Medici Senza Frontiere (MSF) e VII Photo con il sostegno di LG Electronics, cerca di denunciare con documentari e reportages una crisi dimenticata che peggiora giorno dopo giorno.
Nel tentativo di porre in evidenza le cause meno note della malnutrizione e approcci innovativi per affrontarla, la campagna propone storie e immagini raccolte dai fotografi dell’agenzia VII, Marcus Bleasdale, Jessica Dimmock, Ron Haviv, Antonin Kratochvil, Franco Pagetti, Stephanie Sinclair e John Stanmeyer, in quei luoghi dove il problema è più sentito.
Immagini e storie che arrivano da Bangladesh, Burkina Faso, Repubblica Democratica del Congo, Gibuti, India, Messico e Stati Uniti, portate in giro per il mondo con una campagna itinerante, partita da New York il 2 giugno, che farà tappa il 23 giugno 2010 al Forma di Milano insieme ai fotografi di VII Photo: Franco Pagetti e Jessica Dimmock, raggiungendo il 1 ottobre il Festival di Internazionale a Ferrara.
Starved for Attention: il cibo non basta


“Starved for attention” è una campagna itinerante sostenuta dal supporto finanziario di LG Electronics e dalla fornitura di televisori di ultima generazione INFINIA per proiettare i mini-documentari che accompagnano la mostra dei reportage, pubblicati on line sul sito ogni settimana, per sette settimane, sito dove è anche possibile sostenere la campagna firmando la petizione globale dal titolo “Vincere la malnutrizione: il tempo di agire è ora”.

“Starved for Attention: il cibo non basta”: la campagna contro la malnutrizione infantile é stato pubblicato su clickblog alle 11:00 di lunedì 21 giugno 2010.
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lunedì, 7 giugno 2010

La miseria di Haiti, aggravata dallo scatenarsi degli elementi su un territorio che fa le spese delle peggiori attitudini umane, è oggetto di studio, riflessione e sostegno internazionale da molto tempo.
Un sistema politico instabile sostenuto da interessi imperialisti, lotte intestine, colpi di stato, il dilagare di criminalità e corruzione, hanno impoverito, asservito, affamato e ucciso, preparando il terreno ad una lunga serie di tifoni, uragani, fino l’ultimo terremoto.
A fare le spese di questo sistema malato sono da sempre le fasce più deboli e indifese della popolazione, i bambini in particolare, in creolo Ti Moun Yo, minacciati e uccisi da malnutrizione, AIDS, malattie, sfruttamento, ignoranza e abusi di ogni genere. Ti Moun Yo come quelli fotografati da Albertina d’Urso.
Ti Moun Yo, Children of Haiti Albertina d’Urso

La fotografa italiana che da anni realizza reportage sociali ed umanitari in giro per il mondo, ha documentato il lavoro svolto dalla Fondazione Francesca Rava – N.P.H. onlus, che gestisce ad Haiti un ospedale pediatrico, un centro di riabilitazione per bambini handicappati, un orfanotrofio e 16 scuole per aiutare i bambini di strada.
L’infanzia offesa, malnutrita, malata, che cerca di sopravvivere agli stenti, protagonista degli scatti in bianco e nero della d’Urso, già in mostra al Forma, e in un libro edito da Contrasto, con Ti Moun Yo, Children of Haiti continua a raccogliere fondi per la Fondazione Francesca Rava – N.P.H Italia Onlus, in mostra fino al 30 giugno al Castello svevo-aragonese che domina il paesaggio messinese medievaleggiante di Montalbano Elicona.
Un progetto utile e lodevole, perché il passato ci insegna che il futuro di Haiti ha bisogno di molto altro per riscattarsi da miseria e povertà, ma fornire oggi aiuto e sostegno ad una piccola vita, significa cominciare a lavorare per gli uomini e le donne di domani.
Ti Moun Yo, Children of Haiti di Albertina d’Urso é stato pubblicato su clickblog alle 11:00 di giovedì 03 giugno 2010.
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martedì, 1 giugno 2010

Il fotografo dello star system David LaChapelle, incline a spersonalizzare, artificializzare e mettere sotto i riflettori un’umanità stravolta dal culto del corpo e del successo, da una cupidigia sfrenata, e una corruzione profonda, non smette di far discutere e riflettere.
Il prossimo 15 giugno alle ore 18.00, saranno infatti proprio 6 opere tratte dal ciclo Awakened (Risvegliati) della serie Deluge (Diluvio), ad accompagnare “Après moi le Deluge”, il cocktail inaugurale della nuova collezione spring/summer 2011 Be Different, ospitato nella Galleria Poggiali e Forconi di Firenze, in occasione della 78° edizione di Pitti Immagine Uomo.
6 immagini di corpi sommersi, in apnea, simbolo di destini individuali, e prodromi di una rinascita universale, contro la corsa al consumismo, l’attaccamento spasmodico ai beni materiali e la caduta di valori universali denunciati da Deluge.
“Apre?s moi le Deluge” LaChapelle e Be Different a Firenze

Oltre alle opere di David LaChapelle immerse in vasche d’acqua, e ai giubbini in materiale ecologico Be different esposti e venduti in cubi di plexiglass trasparente, gli avventori della galleria saranno immersi in un’atmosfera altrettanto avvolgente fatta di sapori, profumi e sonorità ricercate. Anche senza “rinascita” potrebbe rivelarsi un’esperienza quanto meno atipica.
“Apre?s moi le Deluge” LaChapelle e Be Different a Firenze é stato pubblicato su clickblog alle 11:00 di martedì 01 giugno 2010.
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martedì, 1 giugno 2010

Kumbha Mela di Jean Claude Manfredi e Stefano Morelli
Il Kumbha Mela è un pellegrinaggio Hindù di massa incentrato su bagni rituali nei fiumi indiani. Si celebra di volta in volta in un luogo differente a seconda della posizione di Giove e del Sole, in una delle quattro città indiane considerate le più sacre del paese: Haidwar in Uttarakhand, Allahabad in Uttar Pradesh, Ujjain, nel Madya Pradesh e Nasik, in Maharashtra. Tutte queste città si trovano sul Gange, su qualche altro fiume importante o alla confluenza tra diversi corsi d’acqua sacri.
L’esodo degli afgani di Matt Corner
Ormai da diversi anni Patrasso si è trasformata in un purgatorio per migliaia di profughi afgani che scappano dal loro paese e cercano di raggiungere clandestinamente in Europa continentale. I traghetti che collegano la città costiera greca a Bari e Ancona, sono l’unica strada possibile.
Guardiani del dolore di Marcello Russo
I VV.F sono stati e rimangono la spina dorsale degli interventi di carattere tecnico e emergenziale che sono stati attivati a seguito del terremoto del 6 aprile 2009 a L’Aquila. 211.102 interventi a partire da quel tragico 6 aprile 2009. Loro sono ancora li anche a riflettori spenti. Non da tutti.
Askatasuna di Inheritance (Diambra Mariani e Valentina Merzi)
Anche a San Sebastian, come in ogni “barrio” delle città basche, c’è una Herriko Taberna: luogo di incontro, riunione e attività organizzate da e per i sostenitori della causa separatista. Uno dei tratti distintivi delle Herriko Tabernas consiste nei grandi salvadanai posti al centro del bancone destinati alla raccolta fondi per il finanziamento delle attività e per il supporto alle famiglie dei “presos” che proprio in questi luoghi spesso si incontrano.
Kurmancî di Luigi Mastromarino
Curdi, un popolo senza terra, una cultura relegata ai margini della società turca, una comunità oggetto di pratiche razziste. Soggetti ad una discriminazione sistematica, privati di servizi essenziali come la sanità e la scuola, soggetti ad una sorta di ghettizzazione su base linguistica, che prevede addirittura il divieto di registrare all’anagrafe i bambini con nomi di ascendenza curda e lo scioglimento cadenzato di tutte le formazioni politiche democratiche di ispirazione curda che cercano di aprire la strada al dialogo per la risoluzione del conflitto.
Le città nella città di Yara Nardi
Immagini e sensazioni di un viaggio a Gerusalemme, la “città santa” simbolo della contesa arabo israeliana. Un viaggio che inevitabilmente diventa un percorso a tappe in nome delle differenze: religiose, sociali e politiche.
Tenuta Santa Barbara di Antonio Faccilongo
Bracciano (Roma) 10 Luglio 2009 – Relived Horses è una Onlus nata su ideazione, stimolo e progetto dell’ex fantino Jacqueline Freda che ha creato a Bracciano in provincia di Roma, il primo centro di recupero e ricollocamento per cavalli da corsa “a fine carriera”, un modo per evitare a questi animali la soppressione.
Sahara Marathon 2010 di Massimo Valicchia
Campi profughi Saharawi – 22 Febbraio 2010 Una maratona nel mezzo del Sahara organizzata per ricordare al mondo la tragedia del Saharawi, l’ultima nazione africana a non aver conseguito del tutto l’indipendenza. Una prova sportiva unica non solo per la natura dei luoghi che attraversa ma anche e soprattutto per il messaggio che porta con sé.
Via | WitnessJournal
La macchia gialla, Witness Journal é stato pubblicato su clickblog alle 10:23 di martedì 01 giugno 2010.
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giovedì, 13 maggio 2010

Il vecchio edificio che ospitava gli uffici delle dogane di Stoccolma, è la sede del nuovo museo della fotografia Fotografiska, inaugurato con le cinque intriganti personali, A Photographer’s Life 1990–2005 di Annie Leibovitz (21 maggio – 12 settembre 2010), The Birthday Party di Vee Speers (21 maggio – 5 settembre 2010), Bodies di Joel-Peter Witkin (21 maggio – 22 agosto 2010), e A child is Born di Lennart Nilsson (21 maggio – 5 settembre 2010).
L’archeologia industriale in stile art nouveau dell’edificio farà da contraltare ai diverti punti di vista sul ritratto, o meglio sui ritratti così diversi dei personaggi famosi e comuni di Annie Leibovitz, dei bambini ‘mascherati’ di Vee Speers, dei corpi trasfigurati dal bianco e nero di Joel-Peter Witkin, e delle vite embrionali di Lennart Nilsson, accompagnati da interessanti seminari, workshop e corsi …
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martedì, 11 maggio 2010

Consueto bagno di folla ieri alla Galleria Sozzani in Corso Como 10 per l’inaugurazione della mostra del World Press Photo 2010. Tra “vip” del mondo della fotografia e dell’editoria milanese, addetti ai lavori, giovani e curiosi c’ero anche io e ho colto l’occasione per scattare qualche foto che rendesse l’idea del notevole afflusso registrato (le trovate dopo il salto).
Come capita spesso, proprio per via dell’affollamento, le inaugurazioni non sono il momento migliore per godersi una esposizione; questo per dire che se non siete riusciti a presenziare ieri non disperate, anzi. Io stesso credo che tornerò uno dei prossimi giorni per godermi le immagini con maggiore tranquillità. Qualche impressione sulla mostra sono comunque riuscito a ricavarla. Il World Press Photo è, come sempre, garanzia di grande qualità e anche questa edizione non si smentisce.
Una panoramica per immagini a 360 gradi dei nostri tempi e dell’anno appena trascorso: dalla guerra in Afghanistan al fenomeno Obama, dal dramma dei veterani americani alle sommosse nei paesi in via di sviluppo, dalla situazione iraniana alla causa animalista, ma non solo; c’è spazio anche per la fotografia etnografica, il ritratto e il “colore” legato alla cultura, alla musica, allo sport. La qualità è quindi molto alta e l’allestimento le rende onore.




Per l’occasione, Galleria Sozzani ha sostituito il tradizionale bianco dei muri con pannelli di diversi colori, in linea con le tematiche e i cromatismi delle immagini che presentano. Una scelta che dà una sensazione di maggiore ampiezza agli spazi, non certo estesissimi, della galleria e che aiuta l’osservatore nella delineazione di un ideale percorso tra le immagini. Alcune foto sono molto crude ma la mostra è assolutamente per tutti (purché armati di una certa consapevolezza che il mondo non è il paese dei balocchi) tanto che ieri erano presenti anche alcuni bambini in compagnia dei loro genitori.
E proprio di un padre é stata la frase più bella che mi sono portato via dal World Press Photo ieri pomeriggio: “vedi – spiegava al figlio di fronte alla foto di una sommossa – quei signori sono molto arrabbiati uno con l’altro. Tu dovrai stare molto attento che qui non capiti mai”.






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domenica, 22 novembre 2009
“Tra la perduta gente “
è la nuova emozionante mostra-proiezione della fotografa e viaggiatrice in solitaria Raffaella Milandri.
Si terrà il 13 dicembre alle ore 16.00 presso l’Auditorium Comunale di San Benedetto del Tronto. “E’ un reportage video-fotografico, una importante testimonianza raccolta in Botswana che è un tributo di solidarietà al popolo dei Boscimani del Kalahari e a tutti i popoli indigeni. Con “Tra la perduta gente” si vuole anche sensibilizzare l’opinione pubblica e il Parlamento Italiano a favore della ratifica dell’Italia alla ILO 169” dice l’autrice.
Questo reportage, corredato da una intervista-denuncia sulla situazione dei Boscimani, è articolato dantescamente in tre sezioni di foto: immagini della terra ancestrale dei Boscimani nella sua bellezza (Paradiso), il villaggio dei Boscimani nel Kalahari con problemi di sopravvivenza (Purgatorio) ,ed infine uno dei campi di deportazione(Inferno).
“Durante la mia intervista la donna boscimane, mentre racconta le vicissitudini del suo popolo, indica sempre là, un punto lontano, dove vuole tornare: è la sua terra ancestrale, il deserto del Kalahari” dice la Milandri, e aggiunge:
“Il titolo ha significato duplice: la gente perduta sono i Boscimani, dispersi e smarriti nella loro identità; ma in senso dantesco sono anche i Governi e le multinazionali, quando usano un potere crudele contro popoli inermi”
LA STORIA DEI BOSCIMANI DEL KALAHARI
I boscimani sono uno dei popoli più antichi della terra: da oltre 30.000 anni hanno vissuto nel deserto del Kalahari. La Central Game Reserve of Kalahari, in Botswana, è infatti stata creata nel 1961 per proteggere il loro territorio e la loro cultura, basata sulla caccia e su una vita in armonia con la natura. Ma dal 1997 è iniziata una vera odissea per questo antico popolo, dopo la scoperta di ricche miniere di diamanti nel loro deserto. Uomini, donne, bambini, anziani portati via con la forza su camion, villaggi smantellati, scuola e ambulatorio medico chiusi, e per finire distrutte le riserve d’acqua e chiusi i pozzi d’acqua.
Dopo diverse deportazioni, oggi nella riserva sono rimasti solo 300 Boscimani, tutti gli altri sono in campi di reinsediamento. Questi 300 Boscimani hanno enormi problemi di sopravvivenza e una vita durissima : il Governo proibisce loro di andare a caccia, e vengono arrestati se lo fanno; il Governo proibisce loro di usare i pozzi d’acqua, e sono costretti a raccogliere l’acqua da pozzanghere nella sabbia e da radici. proibisce di La loro vita è durissima.
“Ho visitato il villaggio nel deserto, dopo aver donato loro zucchero, latte, the e tabacco, prendo una tanica d’acqua dall’auto e la poso in terra, in mezzo al cerchio della gente del villaggio, seduta all’ombra di uno dei rari alberi. E subito, con un ordine gerarchico e familiare che a me è oscuro, appaiono tazze di latta che vengono riempite e svuotate lentamente, in silenzio religioso. Ora comprendo appieno cosa significa l’acqua nel deserto. Lo vedo nei loro occhi, nei loro visi impolverati e nelle labbra aride. Chiedo ad una ragazzina che parla un po’ di inglese dove si trova l’acqua, e lei alza il braccio indicando l’ovest: lontano, lontano….Le donne lavano i panni in bacinelle con un dito d’acqua densa e scura. Gli unici pozzi d’acqua vicini (30 km circa) sono stati chiusi e non hanno il permesso di scavarne di nuovi.” racconta la Milandri.
Oggi, mentre i Boscimani nel deserto lottano per la sopravvivenza, le migliaia che si trovano
nei campi di reinsediamento sono vittime di alcolismo, HIV, depressione. La loro unica ed antica cultura rischia di scomparire per sempre. Stanno perdendo la loro identità e ancora aspettano perché vengano riconosciuti i loro diritti umani.
Nel 2006 i Boscimani hanno vinto una –lunghissima- causa nei confronti del Governo del Botswana, ottenendo il diritto a vivere nelle loro terre, a usare i pozzi d’acqua e a poter cacciare per il loro fabbisogno alimentare; ma dopo la sentenza nulla è cambiato. Ogni volta che hanno provato a tornare alla loro terra, li hanno costretti a tornare nei campi di reinsediamento.
E’ del 12 novembre 2009 una notizia riportata dal quotidiano canadese Globe and Mail :
una donna Boscimane, ad un posto di controllo, guarda la immagine appesa del Presidente del Botswana Ian Kama e dice quello che per lei è un complimento: “sembra un Boscimane” . Il commento viene ritenuto un insulto e la donna viene portata alla stazione di polizia, segregata per un giorno e una notte, e costretta a pagare una multa. L’appello della Milandri:
“E’ urgente intervenire subito, la gente boscimane è davvero disperata, non ce la fa più. Parte del materiale della mia mostra-proiezione è già stato inviato, insieme ad una documentazione, al Commissariato per l’eliminazione delle Discriminazioni Razziali dell’ONU. Il Segretario in carica mi ha confermato che la questione dei Boscimani verrà esaminata entro i primi mesi del 2010. Speriamo bene”
I POPOLI INDIGENI E LA ILO 169
Il caso dei Boscimani è, purtroppo, una goccia nel mare delle discriminazioni, violenze, soprusi a cui sono stati assoggettati i popoli indigeni e tribali: i nativi americani(dagli Apache agli Inuit), gli aborigeni australiani, i maori neozelandesi, gli indios sudamericani, i pigmei africani, e tanti-troppi-altri.
Circa 300 milioni di persone nel mondo sono accomunate da questo destino: culture e società così speciali che dovrebbero essere Patrimonio dell’Umanità, stili di vita semplici a contatto con la natura .
Da parte loro, solo la richiesta di essere lasciati nelle loro terre ed essere riconosciuti come esseri umani, con i loro diritti; da parte di Governi e multinazionali, l’avidità senza scrupoli di appropriarsi di terreni dove si trovano ricchezze : diamanti, uranio, oro, petrolio, foreste.
“ Non guardiamo a questi popoli con simpatia solo nei film e nei documentari dove si raccontano le loro storie: sono esseri umani, reali, che soffrono. Ho visto la stessa sofferenza e smarrimento negli occhi degli Inuit in Alaska, degli Apache negli Stati Uniti, degli Aborigeni in Australia, dei Boscimani in Botswana. Sono stata testimone di crudeli episodi di razzismo e ho visto ovunque trattamenti davvero disumani per questi popoli che hanno la sola colpa di essere semplici e genuini. E che rischiano l’estinzione” dice Raffaella Milandri
L’appello e il messaggio della mostra “Tra la perduta gente” è quello di sostenere e caldeggiare la ratifica dell’Italia alla ILO 169, che è una convenzione internazionale in supporto dei popoli indigeni e tribali.
“ Per L’Italia , che fa già parte della ILO, agenzia delll’ONU, dal 1919, si tratta di una ratifica che non ha effetti sulla realtà nazionale. E’ solo un gesto di solidarietà che aiuta questi popoli ad essere riconosciuti nella loro dignità. Su Facebook abbiamo formato un gruppo che conta ad oggi circa 2000 iscritti, con lo scopo di sollecitare il Ministro Frattini a questa ratifica.”
L’iniziativa della Milandri ha trovato terreno fertile a questa campagna a San Benedetto del Tronto, dove il Consiglio Comunale –motore il partito dei Verdi-ha infatti recentemente approvato la mozione per la ratifica dell’Italia alla ILO 169, che verrà così spedita alla Presidenza della Repubblica e del Consiglio, e ai Ministeri competenti. L’Assessore alle Politiche Ambientali, Paolo Canducci, promuove la mostra.

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martedì, 22 settembre 2009

La mano di Raffaella e di una donna boscimane
La viaggiatrice in solitaria e fotografa Raffaella Milandri al rientro dalla sua spedizione in solitaria in Botswana annuncia: “Il mio progetto immediato è mettere il mio operato e le mie opere al servizio di cause umanitarie. La Fotografia Umanitaria è uno strumento importantissimo per aiutare chi soffre. E’ uno specchio vivido e tangibile sulla realtà , senza trucchi o mistificazioni. E le potenzialità di sensibilizzazione e di aiuto concreto a chi ne ha bisogno sono tantissime, attraverso i media, mostre, proiezioni, aste di beneficenza, e collaborazioni con le ONG ( ndr Organizzazione Non Governativa, è una organizzazione indipendente dai governi e dalle loro politiche. Generalmente si tratta di organizzazioni non aventi fini di lucro che ottengono una parte significativa dei loro introiti da donazioni.)â€
Chiediamo alla fotografa : come è nato per Lei il concetto di Fotografia Umanitaria?
Dice la Milandri, già autrice di una mostra sul lavoro minorile in India e di una mostra con asta di beneficenza a favore di un centro per anziani senzatetto del Nepal :
“ E’ stato un percorso personale che ha amalgamato diversi ingredienti. Passione per la fotografia e per il viaggio in solitaria. Attenzione estrema per i Paesi in sofferenza e in via di sviluppo, le culture in pericolo, i diritti umani violati. Curiosità innata, spirito di osservazione e capacità di adattamento alle situazioni estreme. Ho viaggiato scomodamente, ho scattato foto in condizioni difficili, ho mangiato spartanamente , ho dormito in modesti alloggi -ma sempre col sorriso -mischiandomi fra la gente, adeguandomi ad un diverso stile di vita e ad una diversa mentalità , assorbendo come una spugna costumi , atteggiamenti e sentimenti. Essere donna, pur se con molti rischi, mi ha fatto accettare e giudicare inoffensivaâ€
Continua la Milandri:
“Ho raccolto foto discrete, belle, bellissime. Ma sempre e soprattutto testimonianze.
Bambini al lavoro; donne in condizioni di sfruttamento e disagio; popolazioni indigene umiliate ed in pericolo; violenze ed ingiustizie. E’ così che approdo alla fotografia umanitaria. Ho raccolto in giro per il mondo un mare di sofferenza, ora il mio animo è greve di tanto dolore e ansioso di agireâ€
Come pensa di mettere in pratica i suoi programmi, e a chi darà la priorità negli aiuti?
“Prima di tutto sono disponibile per ONG e associazioni non profit, come dicevo, con il mio operato e le mie opere; poi ho focalizzato i primi due obiettivi precisi , per i quali agirò attraverso i media e una mostra fotografica. Il primo obiettivo è sostenere e promuovere la ratifica dell’Italia alla ILO 169, una convenzione internazionale a favore dei diritti dei popoli indigeni e tribali. Allo scopo ho anche già formato un gruppo su Facebook, stiamo inviando lettere di sollecito al Ministro Frattini.Siamo già in diverse centinaia. Il link è http://apps.facebook.com/causes/355059?m=cc366e79 â€
LA ILO E LA ILO 169.
La ILO , Organizzazione Internazionale del Lavoro(International Labour Organization) è l’ agenzia delle Nazioni Unite, con sede a Ginevra, che si occupa di promuovere il lavoro, in condizioni di pace, libertà , uguaglianza, sicurezza e dignità ; gli Stati membri sono 179 , promuove i diritti dei lavoratori ed è responsabile dell’attuazione delle norme internazionali del lavoro, promuovendo pace, prosperità e progresso. L’Italia è stato membro e dal 1919 ha ratificato 111 Convenzioni internazionali. Ma non ancora la ILO 169. La ILO 169 mette per iscritto i diritti fondamentali dei popoli indigeni e “tribali” e si occupa di questioni d’importanza vitale :
garanzia dei diritti umani e delle libertà fondamentali; il diritto all’identità culturale e alle tradizioni comunitarie ;
il diritto alla partecipazione dei popoli interessati alle decisioni che li riguardano;
l’uguaglianza di fronte all’amministrazione ed alla giustizia;
il diritto alla terra ed alle risorse , all’occupazione ed a condizioni di lavoro adeguate .
I popoli che tuttoggi aspirano ad uguaglianza e a diritti sono : gli aborigeni australiani, i maori neozelandesi, i boscimani del Kalahari, gli Innu canadesi e tanti tanti altri(per non parlare della scottante situazione tibetana).
L’Italia nel 2000 ha rifiutato di aderire alla ILO 169 come la Germania, dicendo che non ha popoli indigeni che vivono nel Paese .
Riprende la Milandri: “Ma è molto importante che anche l’Italia, pur se non direttamente coinvolta, ratifichi la ILO 169 in quanto trattato universale a garanzia dei diritti delle popolazioni indigene. E’ una adesione doverosa e rispettosa dei diritti umani. Queste popolazioni hanno subito già stermini, abusi, privazioni, esili. Ora sono spesso tragicamente minati da alcol, AIDS, suicidi. Stanno perdendo la loro identità e hanno pieno diritto, dopo che le loro terre sono state usurpate per petrolio, oro, diamanti, uranio, legname, a recuperare la loro dignità e a mantenere le loro tradizioni, fortemente legate alla terra
ancestrale.â€
Aggiunge la Milandri: “Non voglio che questi popoli e le loro tradizioni rimangano solo nei documentari o nei film. E’ sacrosanto fermare e combattere l’estinzione di popoli, culture, tradizioni.â€
Sensibilizzare il Governo per la ratifica alla ILO 169, dunque, è il primo obiettivo.
E il secondo?
“ Ho avuto modo di appurare di persona il problema dei boscimani del Kalahari. E’ una questione ampia e complessa, ma l’urgenza ora è far aprire i pozzi d’acqua per quei villaggi isolati all’interno del Central Game Reserve. I boscimani (Bushmen) hanno vissuto per più di 22.000 anni in quei territori e molti di loro sono stati recentemente allontanati sulla base di programmi governativi di reinsediamento.
L’urgenza è far riaprire i pozzi per coloro che tuttora vi abitano, e poi permettere, a tutti coloro che vogliono, di ritornarvi. Vi è un tesoro di tradizioni e cultura in questo popolo, e va preservato: ma senza l’acqua non si vive. â€
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sabato, 5 settembre 2009
DEAPHOTO STAFF – CHANGING FLORENCE

Trasformazioni dell’area metropolitana fiorentina.
Si inaugura Giovedì 15 Ottobre alle ore 19 presso il Padiglione Fureria della
Fortezza da Basso di Firenze, la mostra fotografica “CHANGING FLORENCEâ€.
Il progetto, a cura di Deaphoto Expo, presenta nell’ambito del Festival della
Creatività 2009 “Città – Future City†(dal 15 al 18 Ottobre alla Fortezza da
Basso di Firenze), una indagine visiva sulle trasformazioni architettoniche,
urbanistiche, economiche e sociali dell’area metropolitana fiorentina. I progetti degli
otto fotografi del Deaphoto Staff (Sandro Bini, Giovanni De Leo, Simone Cecchi,
Paolo Contaldo, Filippo Brinati, Michelangelo Chiaramida, Lorenzo Rugiati, Silvia
Berretta) cercano di cogliere le dinamiche del mutamento in atto, in relazione
all’importante tessuto storico del territorio, in modo da sviluppare una visione e una
conoscenza critica sulla possibile città del futuro. Nell’ambito di un coordinamento
generale, ciascun fotografo ha individuato un tema e un’area di ricerca, e ha
sviluppato in autonomia il proprio lavoro (dalle modalità di ripresa, fino alle
procedure di allestimento finale). La mostra è accompagnata da un testo di
presentazione critica generale e da testi di presentazione individuali che
indicheranno le aree tematiche e geografiche delle diverse ricerche e le finalitÃ
progettuali delle singole indagini. Il titolo del progetto, è un omaggio al celebre libro
della fotografa americana Berenice Abbott (Changing New York, 1940) che portò
avanti un progetto simile, per quasi un decennio, sulle trasformazioni della metropoli
americana negli anni ‘30.
15-18 Ottobre
Festival della Creatività 2009 – Città Future City
Fortezza da Basso – Firenze – Padiglione Fureria
Giov 15 ore 15-24 – Ven 16, Sab 17 ore 10-24 – Dom 18 ore 10-21
Inaugurazione: Giovedì 15 Ottobre ore 19
ASSOCIAZIONE CULTURALE DEAPHOTO / Didattica e progettazione
fotografica – Via Pisana 224r – 50143 Firenze -Tel Fax 055707187 – Cell. 3388572459-
www.deaphoto.it – deaphoto@tin.it
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sabato, 25 luglio 2009

DEAPHOTO STAFF
CHANGING FLORENCE
Trasformazioni dell’area metropolitana fiorentina.
Si inaugura Giovedì 15 Ottobre alle ore 19 presso il Padiglione Fureria della Fortezza da Basso di Firenze, la mostra fotografica “CHANGING FLORENCE”. Il progetto, a cura di Deaphoto Expo, presenta nell’ambito del Festival della Creatività 2009 “Città – Future City” (dal 15 al 18 Ottobre alla Fortezza da Basso di Firenze), una indagine visiva sulle trasformazioni architettoniche, urbanistiche, economiche e sociali dell’area metropolitana fiorentina. I progetti degli otto fotografi del Deaphoto Staff (Sandro Bini, Giovanni De Leo, Simone Cecchi, Paolo Contaldo, Filippo Brinati, Michelangelo Chiaramida, Lorenzo Rugiati, Silvia Berretta) cercano di cogliere le dinamiche del mutamento in atto, in relazione all’importante tessuto storico del territorio, in modo da sviluppare una visione e una conoscenza critica sulla possibile città del futuro. Nell’ambito di un coordinamento generale, ciascun fotografo ha individuato un tema e un’area di ricerca, e ha sviluppato in autonomia il proprio lavoro (dalle modalità di ripresa, fino alle procedure di allestimento finale). La mostra è accompagnata da un testo di presentazione critica generale e da testi di presentazione individuali che indicheranno le aree tematiche e geografiche delle diverse ricerche e le finalità progettuali delle singole indagini. Il titolo del progetto, è un omaggio al celebre libro della fotografa americana Berenice Abbott (Changing New York, 1940) che portò avanti un progetto simile, per quasi un decennio, sulle trasformazioni della metropoli americana negli anni ’30.
15-18 Ottobre Festival della Creatività 2009 – Città Future City Fortezza da Basso – Firenze – Padiglione Fureria Giov 15 ore 15-24 – Ven 16, Sab 17 ore 10-24 – Dom 18 ore 10-21 Inaugurazione: Giovedì 15 Ottobre ore 19 ASSOCIAZIONE CULTURALE DEAPHOTO / Didattica e progettazione fotografica – Via Pisana 224r – 50143 Firenze -Tel Fax 055707187 – Cell. 3388572459- www.deaphoto.it – deaphoto@tin.it
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lunedì, 13 luglio 2009
Assab One ospita una tappa di Balena Project di Claudia LosiClaudia Losi
Balena Project
Linee annodate/Argille disciolte
Ad Assab One avrà luogo una tappa del progetto, che durerà quattro giorni, con la partecipazìone di circa 130 bambini accompagnati dai loro insegnanti.
Il programma previsto è il seguente:
dal 13 al 15 luglio
laboratorio con i bambini a porte chiuse
su una grande parete viene proiettato Balena Project_ knotted lines, 2008, una video- animazione, nella quale appaiono, in successione e senza un ordine preciso, dei disegni. Ogni disegno riproduce tutti o quasi tutti coloro che dal 2004 a oggi hanno partecipato a Balena Project. I disegni sono stati pazientemente animati da Francesca Dainotto, che ha reso la linea che li compone come un filo che si annoda e annodandosi forma nuove figure su uno sfondo senza dimensione, totalmente bianco. Un intreccio continuo tra persone, luoghi e tempi diversi. Il sonoro invece è stato realizzato dagli amici Invernomuto
Nell’area in cui avviene la proiezione, è collocata una “montagna†di argilla dalla quale i bambini possono “strappare†un pugno di terra e modellarlo realizzando micro sculture “balenaâ€.
Le sculture vengono poi sistemate, dai bimbi stessi, in un’area tutelata dove possano seccare.A conclusione del laboratorio le piccole balene verranno portate e “liberateâ€, in questo caso, su un tratto del greto di un fiume del piacentino (fiumi Trebbia o Arda). Lì verranno abbandonate tra i sassi e fotografate via via finché non scompariranno naturalmente.
Questa “liberazione†si lega virtualmente ad una campagna di tutela delle aree in questione, a grave rischio ambientale fino a non molto tempo fa.
il 16 luglio, dalle 19 alle 21
apertura al pubblico
I visitatori potranno accedere allo spazio per vedere in anteprima il video e, prima della loro “ liberazioneâ€, le piccole balene create dai bambini. Sarà presente Claudia Losi.
In collaborazione con  We Care, Cooperativa Sociale ONLUS e Comune di Milano, Settore Educazione e Diritto allo Studio.
Balena Project parte nel 2004 ma già da qualche anno prima aveva preso corpo l’idea di una grande balena di stoffa, arenata in uno spazio troppo piccolo per contenerla tutta.
Questo progetto è in parte legato a una suggestione storica. Nel XIX secolo furono infatti rinvenute parti di scheletro di grandi cetacei nei calanchi di sabbia, proprio nella valle del piacentino dove l’artista aveva trascorso molte estati, in cerca di conchiglie fossili, fragili come la stessa sabbia che le aveva conservate. Quella pianura un tempo era sommersa dall’acqua salata. Invece di vigneti e campi di mais vi crescevano distese di alghe, sedimentavano molluschi e castelli di carbonato di calcio prendevano forma. Invece di stormi d’uccelli, come disse Leonardo, nuotavano pesci dalle forme più strane e i grandi mammiferi marini.
Infine una storia riportata da più amici dell’artista ha fornito un altro spunto: GOLIATH, agli inizi degli anni ’70, una vera balena,  eviscerata e conservata sotto strati di formalina, veniva mostrata nelle piazze italiane ed europee come attrazione di un circo macabro. Trasportata in un container illuminato da luci arancioni si presentava come un animale maleodorante e raggrinzito. Un’immagine mortifera che attraeva adulti e bambini, che ricordano ancora i suoi occhi enormi spalancati verso il nulla.
Il progetto emerge dalla necessità di costruire una narrazione che contenga un’affermazione di senso: l’immagine di un grande animale arenato a rischio d’estinzione appare in luoghi inaspettati e diventa, per l’artista, strumento per attivare situazioni collaterali.
La conclusione di Balena Project, ancora aperta, trasformerà la “balena di lana†in tanti altri oggetti, la sua non sarà una fine ma una trasformazione in altre piccole storie. Non si getta via nulla. Neppure un pensiero.
In allegato il comunicato stampa. Sono disponibili immagini in alta risoluzione.
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