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lunedì, 23 maggio 2011
Ricevo un’oretta fa una mail di Enzo Dal Verme, che inizia con “Ciao Anna, ne ho combinata un’altra” [segue...], vado a vedere il link e… va bene che sono stanca, va bene che anche nel week end mi sono dovuta alzare alle 7, va bene che ho altre cosine da sistemare, ma… eccomi qui al pc a scriverne.
Trattasi di Kokoro, 85 fotografi in mostra per il Giappone. Dal 26 al 28 maggio, alla Galleria Camera16, saranno esposti gli scatti che questi artisti (affermati ed emergenti) hanno donato e venduti al prezzo simbolico di 50 euro l’uno. Il ricavato andrà interamente devoluto alle popolazioni colpite dallo tsunami in Giappone (tutte le info qui).
Il punto è che: le foto sono STUPENDE (infatti qui metto un assaggino di ognuna), la causa è OTTIMA, alcuni fotografi li conosco, quindi può pure darsi che ci si incontri, ergo: NON avete scuse. E poi dai, lo so, anche voi siete in piedi dalle 7, avete le vostre cosine, la multa, la bolletta, il commercialista, ecc. però: una borsata in mano di inutilità da H&M in cambio di una bella foto e una buona causa si potrebbe anche fare, no? Che dite? Che diciamo?
Autore Articolo: Anna Mola
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giovedì, 19 maggio 2011
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| Foto AFP pubblicata su www.lemonde.fr |
Gli eventi di questi ultimi giorni mi hanno distratta, è questa la cosa più grave. Mi hanno distratta da ciò che io faccio: parlare di fotografia. Quindi ora torno a farlo.
Scopro tramite il blog di Michele Smargiassi (quante cose mi perdo…) che qualche giorno fa è stata presa a martellate, nella Galleria di Arte Contemporanea di Avignone, l’opera Piss Christ (1987) di Andres Serrano; e mi sono detta: cosa c’è di meglio per l’avvicinarsi della Pasqua che parlare di una foto che ritrae un crocifisso immerso in un bicchiere di pipì dell’artista?!
Ora, al di là delle enormi polemiche, al di là del fatto che lui “giustifichi” quest’opera come una rappresentazione della commercializzazione religiosa ai tempi moderni oppure secondo altri faccia riferimento alla materialità dell’incarnazione; al di là del fatto che Sister Wendy Beckett abbia difeso l’opera, al di là del fatto che trovo ovvio che la foto e tutta la vicenda non abbiano nulla a che fare con la fede personale; di fronte a questa creazione/lavoro/prodotto, nascono in me riflessioni simili a quelle che ho di fronte alle foto di Toscani e al video di Kalina: ma cosa vedo di fatto? Anni fa durante un corso di photoediting, ho avuto l’occasione di conoscere Grazia Neri che mi ricordo ci disse: “Quando in una foto avete bisogno di leggere la didascalia per capire cosa rappresenta, non funziona.”. Una regola semplice ed efficace a mio avviso. Senza dida questa sarebbe una foto come tante, con la dida diventa una provocazione, un qualcosa capace di smuovere le coscienze, chissà, magari non è neanche vero che quell’alone è urina…
Intanto Serrano va avanti per la sua: vince premi, ottiene finanziamenti, pubblica libri, espone in gallerie in tutto il mondo, sarà per quello che ha quell’aria sorniona da “vi ho presi per il culo un’altra volta” davanti alla sua opera sfregiata?
Autore Articolo: Anna Mole
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giovedì, 19 maggio 2011
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| G. Di Mola, dalla serie The eternal human incommunicability |
Ciò che mi ha colpito alla prima occhiata, guardando le foto di Gabriele Di Mola, credo sia la sua capacità raccontare una piccola storia in un fotogramma. Un storia glamour, per giunta. Ci riesce attraverso i cromatismi, i giochi di luce, l’utilizzo di oggetti, ma soprattutto, a mio avviso, ci riesce per la sua ricerca di espressività di chi si trova davanti al suo obbiettivo.
Siamo tutti un po’ stanchi di quelle faccine smorte, in pose da mummie o da gatte morte, con quei colorini slavati o troppo eccentrici che spesso ci propone la fotografia di moda. Qui invece il fashion si unisce a ricerca di originalità, delicatezza, femminilità e un tocco di fine ironia. Io penso che per una modella sia un privilegio lavorare con lui, perché, al contrario di molti, non cerca di “appiccicare” in faccia a chi ritrae un’espressione che lui ha in testa; al contrario, il suo scopo è fare in modo che la ragazza stessa “tiri fuori” il massimo delle sue capacità espressive.
Lo stare ad aspettare ore al telefono, pregando che squilli, poi, è una sensazione che ha provato chiunque abbia un ex… sarà per quello che alla fine, finiamo per strapparci i capelli?
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| G. Di Mola. dalla serie The eternal human incommunicability |
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| G. Di Mola, dalla serie The eternal human incommunicability |
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| G. Di Mola, serie Fashion |
Autore Articolo: Anna Mole
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giovedì, 19 maggio 2011
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| Home Page di http://sottoesposta.tumbir.com |
Oggi parlo di una “collega”, anche se forse definirmi collega di Arianna De Micheli è un po’ pretenzioso da parte mia, poi c’è anche la difficoltà di definire questo un “lavoro”, ma questo è un altro discorso…
Arianna fa quello che faccio io, però lo fa da Pro: a parte il template very fiquo del suo “sottoesposto” blog, scrive in inglese, bene per altro, cosa che in Italia non è da dare per scontata. Una piccola differenza è forse che lei si focalizza maggiormente sulla segnalazione di eventi, mostre, esposizioni, mentre io più su artisti emergenti. Mi piace moltissimo la scelta di creare una galleria-sommario (cliccando sopra l’immagine si arriva all’articolo corrispondente): la trovo una scelta azzeccata perché il quadro che ne risulta è molto piacevole e ha il giusto “ritmo”, l’esatta armonia che rende bene nell’insieme ma al contempo ogni foto ha un buon rilievo – mi rendo conto che è una flippa da photoeditor, ma mi piaceva rendervi partecipi. Scrive abbastanza breve, sopratutto in inglese, ma riesce sempre a dire qualcosa di originale, non scontato, che dà una chiave di lettura interessante a ciò che descrive.
Arianna è anche una fotografa e ha stile secco, come lo chiamo io: un bel b/w “grasso”, tagliato spesso, un’inquadratura decisa, altro che “Morning Light”! (non ho nulla contro quell’effetto se non quando diventa una moda mielosa e appiccicaticcia, non so come spiegarlo).
Arianna fa anche parte di un collettivo dove si elaborano idee mica da ridere: anche qui parecchio b/w, si occupano di paesaggio urbano e altro. Date un’occhiata al servizio “The Village” ed esclamerete “Wow inquietante!”.
Se non si fosse capito, auguro a tutti di lavorare anche con lei, oltre e sopratutto a quanto detto qui, perché è una persona davvero davvero davvero carina e… già che siete… provate a scoprire l’origine del nome “Italian Beef Studio”
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| Italian Beef Studio, dalla serie The Village |
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| Italian Beef Studio, dalla serie The Village |
Autore Articolo: Anna Mole
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giovedì, 19 maggio 2011
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| J. Morelli, Archeologia_11 |
Ho visto le foto di Jessica Morelli alcuni mesi fa, ne sono rimasta così colpita che mi sono ripromessa di scriverne qualcosa e ora, nel terzo ed ultimo post su La strada, mi sembra il momento opportuno.
Un elemento che mi ha colpito dalle prime pagine di quel libro è il fatto che nonostante l’ambientazione post-apocalittica, desolante, grigia, cupa, dove dominano la distruzione e la cenere, c’è qualcosa di profondamente vivo e quasi “feroce”: la natura. Anche gli alberi, le piante, i fiori stanno piano piano scomparendo, però, a 10 dalla fine del mondo descritta da McCarthy, ancora resistono, in un ultimo, estremo tentativo di riprendersi ciò che è loro: ruscelli che si scavano letti dove c’erano trasmettitori, rampicanti che invadono i supermercati, alberi che “esplodono” di rami nelle case di antichi proprietari, di cui la terra ha ormai consunto i cadaveri.
Queste foto, sebbene non così “devastate” seguono questo filone: lei fotografa queste specie di “santuari” industriali dopo l’abbandono, come spettri, rovine. Ma, a ben guardare, c’è un mondo che rinasce lì dentro: l’acqua filtra dalle soffitte ai pavimenti, la luce penetra dalla finestre, cespugli di ogni tipo si fanno largo nei posti più improbabili, sembrano quasi dire: “Qui prima c’ero io, tu sei venuto di prepotenza e ora mi riprenderò ciò che mi spetta.”. Quello che da una parte è visto come una disfatta, dall’altra è una ripresa, quello che da un lato è la fine di qualcosa, dall’altro è “ecosistema”. Io credo – opinione personale – che la fotografa per scattare queste foto abbia avuto un rapporto molto più diretto e comunicativo con la natura più che con le strutture nell’inquadratura… Quasi quasi glielo chiedo!
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| J. Morelli, Archelogia_16 |
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| J. Morelli, Archeologia_14 |
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| J. Morelli, Archeologia_13 |
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| J. Morelli, Archeologia_20 |
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| J. Morelli, Rudere01 |
Autore Articolo: Anna Mole
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giovedì, 19 maggio 2011
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| C. Madoz, 1998 |
Io ADORO Chema Madoz. E se c’è chi dice che fotografare un frigo di notte non ha senso, figuriamoci cosa dirà di uno che mette i piatti nella griglia di un tombino! Pazienza. Madoz che sa mettere così in discussione gli oggetti, chissà con i pensieri cosa farà! Questo stile puro, sobrio, “serio” dà un risvolto del tutto personale al delizioso sense of humour di questo fotografo spagnolo. Le sue immagini sembrano dire: “Io faccio still life, semplici still life”: è così e allo stesso tempo sono un’interpretazione del mondo, della vita.
Vedete, in questo periodo storico di precarietà globale, non solo lavorativa, penso che se non ci fosse stata quella cosa lì, io sarei morta, quella cosa lì è l’ironia, è la capacità di “muovere i pensieri”, di reinventarsi, di rimescolare le carte, di non accettare quelle che stanno sul banco. Prendiamoci la libertà di mandare al diavolo tutto ciò che è prestabilito, “che è così perché è così”, “perchè il mondo gira così” ah sì? Bene, io giro dall’altra parte. Fate almeno una volta all’anno qualcosa che non ha senso: urlate a squarciagola in motorino, fate la linguaccia ai bambini in metropolitana, ballate sotto la pioggia, fotografate spazzolini da denti dentro a vasi di piante. Qualcosa che ci dia il senso – ecco qui giustamente – di essere vivi e non replicanti. Whatever works.
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| C. Madoz, 1998 |
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| C. Madoz, 1995 |
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| C. Madoz, 1995 |
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| C. Madoz, 1995 |
Autore Articolo: Anna Mole
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mercoledì, 18 maggio 2011
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| J. Coutinho, Good Friends |
Siete stanchi del finger food? Volete qualcosa di nuovo? E allora provate il Finger Photo!
Volevo fare una partenza un po’ da radio, in fondo qui è come se fossimo alla radio: mi ascoltate a ruota libera in modalità testo. Al posto dei visi abbiamo “faccini”, al posto della voce, i caratteri.
Oggi ho scelto di mostrare una giovane fotografa brasiliana: Juliana Coutinho, segnalatami dalla mia amica Sonia. Il suo lavoro più interessante è, a mio parere, Little Fingers. In pratica lei (o la truccatrice… di dita) disegna le nostre estremità creando piccoli personaggi e poi li fotografa. Niente di nuovo sotto il sole. E invece no, perché il fatto di presentare queste “scenette” in b/w oppure in primissimo piano con lo sfondo che diventa un “blur” non ben definito, a formare un insolito bokeh, lo trovo molto originale e trovo che dia a certe immagini un’atmosfera quasi “drammatica”.
Credo sia un progetto molto semplice, un’idea molto semplice, ma non per questo banale. Enjoy!
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| J. Coutinho, The Kiss e The vampire’s kiss |
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| J. Coutinho, Despair |
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| J. Coutinho, I wanna play a game |
Autore Articolo: Anna Mole
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mercoledì, 27 aprile 2011

Il fotografo Edoardo Agresti ha pubblicato sul suo blog un lungo articolo che parte come sfogo, ma che ci offre interessanti spunti per addentrarci sul particolare ruolo dei fotografi matrimonialisti.
Il caso scatenante è stato un’intervista ad una giovane fotografa di Roma sulla rivista FOTOgraphia. Ecco il passo incriminato “ha lavorato svolgendo servizi di matrimonio (per sopravvivere, sottolinea) e facendo l’assistente di studio per un fotografo di still life”.
Quella sottolineatura sul “per sopravvivere” dimostra un certo risentimento verso quei fotografi che si occupano di matrimoni come se fosse qualcosa di cui vergognarsi e di poco degno di essere elencato fra le proprie attività. Come un lavoro che si deve fare per forza per poter portare a casa i soldi necessari al proprio sostentamento e qualcosa che con l’arte non c’entra nulla. In alcuni casi persino qualcosa di cui vergognarsi.
A pensarci bene ci si dovrebbe chiedere quale sia il motivo dietro a questa brutta nomea che è riservata praticamente ai soli fotografi di matrimonio. È vero che, in questo settore, ci sono molti incompetenti o personaggi che continuano a riproporre la solita vecchia fotografia, ma qui si parla quasi di ostracismo verso un’intera categoria che come tale ha anche talenti da vantare.
Pensate anche solo semplicemente all’aspetto tecnico e pratico. Il matrimonio è un evento che non si può ripetere, ogni espressione va catturata in quell’istante perché può durare una frazione di secondo e ci sono tanti “fronti” da seguire a partire dalla case della sposa, la cerimonia, la festa, gli invitati, gli scherzi ed altro ancora.
Fare un qualsiasi reportage (a parte in guerra) non è sicuramente più semplice. Qui non si può stare a pensare come impostare la fotocamera, devi considerarla come un’estensione del tuo braccio e del tuo occhio e c’è poco margine per gli errori, soprattutto nei momenti importanti. Come dice Agresti tutto conta dalla tecnica all’arte, dal taglio all’approccio con i soggetti e tutto è importante perché il lavoro di un matrimonialista raggiunga il livello desiderato dagli sposi.
Tornando all’intervista il fatto che l’intervistatore non approfondisca questo tema significa che da per scontato la visione dei matrimonialisti come fotografi di serie B. Voi, invece, come la pensate? Se fate matrimoni qual è la vostra esperienza?
Foto | -mrsraggle-
Via | EdoardoAgresti
La brutta nomea dei fotografi di matrimonio é stato pubblicato su Clickblog.it alle 10:00 di mercoledì 27 aprile 2011.



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domenica, 17 aprile 2011

Zoriah
è un fotogiornalista molto famoso ed indipendente che gira ogni angolo del mondo per documentare la realtà. Recentemente ha pubblicato un articolo molto interessante in cui spiega che il suo intero portfolio è stato realizzato per metà con una fotocamera che ora costa circa 200$, mentre l’altra con una reflex molto costosa, quanto un’auto. La vera parte succosa è dove spiega che non è il mezzo più o meno tecnologico a fare buone foto, ma il soggetto e le emozioni suscitate dello scatto.
Per dimostrarlo ha scelto di comprare una compatta usata per 70$ (nuova sarebbe costata 150$) e l’ha portata con sé nel suo ultimo viaggio in Africa dove ha indagato nel mondo della povertà più assoluta e dove anche i bambini sono schiavi della droga e si vendono per pochi spiccioli.
Per questo motivo ha deciso di pubblicare prossimamente un resoconto del suo viaggio con questo modello di fascia medio-bassa. Nel frattempo potreste cercare di capire quali immagini del suo portfolio sono stati scattati con un’ammiraglia e quali con un modello entry-level. Non si tratta di un’impresa molto semplice, ma l’unica cosa vera che conta è fare foto e non con quale mezzo le si esegue.
Via | Zoriah
Fotogiornalismo con una compatta é stato pubblicato su Clickblog.it alle 13:00 di venerdì 15 aprile 2011.



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sabato, 2 aprile 2011

Sembra che qualcosa anche in Flickr si stia finalmente muovendo. Ieri è stata presentata la nuova funzionalità, “Carica una volta, condividi ovunque“, che vuole far diventare il portalone fotografico il nuovo hub per le foto online.
Ora potrete caricare le vostre foto su Flickr come fate normalmente e poi condividere la medesima immagine su Facebook, per restare in contatto con i vostri amici, su Twitter per condividere qualche curiosità con tutto il mondo o sul vostro blog per qualche articolo più specifico.
Grazie al nuovo menù, presente per ogni foto caricata su Flickr, potrete scegliere cosa condividere e dove condividerlo in maniera molto rapida. Addirittura avrete la possibilità di condividere in maniera selettiva set, gruppi o interi album e potrete anche caricare in automatico i vostri contenuti non pubblici su Facebook per la sola gioia dei vostri amici.
Per maggiori informazioni non vi resta che sfogliare le FAQ o provare direttamente questa nuova funzionalità.
Via | Flickr
Flickr: Carica una volta, condividi ovunque é stato pubblicato su clickblog alle 15:00 di giovedì 31 marzo 2011.



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giovedì, 24 febbraio 2011
Lo studio fotografico è l’equivalente fotografico della forgia del fabbro e viene utilizzata sia dai professionisti sia dagli amatori. Ogni studio deve però scontrarsi con le problematiche di budget che ci sono quando si utilizzano questo genere di attrezzature.
Nel video qui sopra Yuri Arcurs uno dei fotografi stock più importanti al mondo ci porta a spasso per il suo nuovo studio. Un gioiellino realizzato senza badare a spese e dove nulla è lasciato al caso e persino la tradizionale illuminazione delle stanze produce luce a 5600°K.
Yuri ha pubblicato sul suo blog questo video in un articolo dal titolo molto schietto “Il mio nuovo studio. Come spendere 300.000€ in lighting equipment”.
Via | YuriArcurs
Uno studio fotografico da sogno é stato pubblicato su clickblog alle 12:00 di giovedì 24 febbraio 2011.



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mercoledì, 2 febbraio 2011

Sembra che Flickr abbia cancellato per sbaglio l’account del fotografo Mirco Wilhelm dopo che questo aveva effettuato una segnalazione nei confronti di altri utenti che avevano infranto il suo copyright.
In un articolo dal posto piuttosto significativo “You have to be f****ing kidding Yahoo” spiega tutto il problema nel dettaglio. Riassumendo 5 anni di lavoro e 4000 immagini cancellate permanentemente da un giorno all’altro. Chiedendo spiegazioni, lo staff di Flickr ha confessato di aver confuso i due account e cancellato questo sbagliato. Si offrono di ripristinare l’account, ma questo solo per quanto riguarda i dati personali. Tutte le foto, commenti e gruppi sono stati cancellati ed andranno ricaricati dall’utente.
Un altro esempio del perché Flickr dovrebbe implementare una sorta di sospensione per evitare cancellazioni errate, come in questo caso, o permettere agli utenti di sistemare il proprio account in caso di violazioni delle regole, come in altri casi.
Fortunatamente sembra che il management abbia capito che il problema è reale e stia finalmente stiano implementando un rimedio come confessato da Zack Sheppard.
Via | ThomasHawk
Flickr cancella un account per sbaglio? é stato pubblicato su clickblog alle 11:00 di mercoledì 02 febbraio 2011.



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