In un diario finiscono in genere sfoghi, appunti e riflessioni destinati a rimanere privati, fino a quando qualcuno o qualcosa come Minor Cropping May Occur (selected diaries 1962-2011) non arriva ad esporli, traghettandoli in una dimensione pubblica e voyeuristica dell’intimo e del riservato.
La collettiva, ospitata dalla Lombard Freid Projects di New York fino al 19 marzo 2011, riunisce a questo scopo i progetti-diario in bilico tra pubblico e privato (che hanno ispirato il titolo), realizzati dal 1962 ad oggi, di tredici fotografi affermati ed emergenti, spesso esposti per la prima volta.
Tredici sguardi culturalmente e storicamente diversi, da Israele alla Danimarca, dal Giappone del dopoguerra di Keizo Kitajima, alle polaroid dei giovani americani di Mike Brodie, e ancora la vita familiare fotografata per nove anni lontano dai soliti clichè da Zoloto di Nick Haymes, i ritratti di famiglia vintage di Carl Johan De Geer, o quelli quotidiani della famiglia operaia giapponese fotografati per quattro anni da Daifu Motoyuki.
Una collettiva a cura di Lea Freid e Nick Haymes, che affianca universi e geografie distanti, insieme agli sguardi, le storie, gli stili e i diari di Mike Brodie (USA), JH Engstrom (Svezia), Carl Johan De Geer (Svezia), Janine Gordon ( USA), Haymes Nick (USA), Hiromix (Giappone), Takashi Homma (Giappone), Keizo Kitajima (Giappone), Motoyuki Daifu (Giappone), Walter Pfeiffer (Svizzera), Aue Sobol Jacob (Danimarca), Nick Waplington (UK) , e Yefman Rona (Israele).
To Patrick Mimran, 2009, lambdaprint montata su forex e sotto plexiglass, cm 60 x 94,5, edizione di 3
Daniela Carati /All All and All
a cura di Valeria De Simoni
4 aprile > 23 maggio 2009
Inaugurazione: sabato 4 aprile 2009, ore 18.00 > 21.00
Sabato 4 aprile 2009 la galleria DAC inaugura All All and All, personale di Daniela
Carati. Il titolo della mostra è tratto dall’omonima poesia dello scrittore gallese Dylan Thomas.
L’artista presenta una serie inedita di opere fotografiche di medio e grande formato che indagano tutte (in inglese all) le possibilità del conoscibile. Si tratta di scatti inediti realizzati negli ultimi due anni tra Genova, New York e Lipsia, stampe lambda montate su forex e sotto plexiglass.
Attraverso la sua camera analogica Daniela Carati ha esplorato diversi tipi di soggetti – dal paesaggio al ritratto – facendo della fotografia una forma di esperienza della realtà . La sua ricerca ha rappresentato, sin dagli esordi, una limpida testimonianza del comportamento dell’uomo contemporaneo, un’analisi sociale operata con una totale franchezza nella rivelazione dell’essenza dei soggetti. Sfumata in varie declinazioni, la poetica dell’artista è tutta giocata su scansioni immediate, pulite, quasi asettiche, della realtà . Tuttavia, una sottile e tagliente vena ironica percorre tutta la produzione. Nel tentativo di recuperare l’autenticità delle cose Daniela ripensa il rapporto che sussiste tra mente e realtà esterna alla mente.
Compiaciuta di un gusto vagamente surrealista, in questi nuovi lavori, e per la prima volta, utilizza la manipolazione digitale dell’immagine praticando una sorta di “copia” e “incolla” di personaggi e oggetti in bilico tra fantasia e informazione. Sullo sfondo di scenografie diverse – Broadway, la campagna sassone, la spiaggia ligure – Daniela registra, conserva, denuncia, consacra, piccole folle di attori. I suoi montaggi sono abbreviazioni, sintesi, citazioni di appunti personali. L’atmosfera che ne deriva è irreale, trasognata, non sense. La consueta obiettività dello stile viene meno. A livello percettivo realtà e finzione si (con)fondono dando adito qualsiasi interpretazione.
In questo ultimo ciclo di opere l’artista introduce un elemento assolutamente nuovo, racconta se stessa, la sua personale visione del mondo. La sua attitudine nei confronti dello scenario contemporaneo non è semplicemente intuibile ma volontariamente palesata. Attraverso la fotografia Daniela ha confezionato la realtà con indizi e allusioni che testimoniano il bisogno personale, tuttavia collettivo, di guardare il mondo con occhi nuovi.
Daniela Carati è nata a Bologna nel 1964, vive e lavora a Genova.
Titolo: Fotologie. Scritti in onore di Italo Zannier A cura di: Nico Stringa Editore: Il Poligrafo Collana: Miscellanea Pagine: 450 Formato: 17 x 24 cm Illustrazioni: in bianco e nero e a colori Codice ISBN: 88-7115-522-X Prezzo (di copertina): 32,00 Euro
In questi saggi, dedicati alla figura e all’opera di un pioniere nel campo degli studi sull’arte fotografica come Italo Zannier, il posto centrale non poteva che essere occupato proprio dalla fotografia – e dalle molteplici relazioni che questa disciplina intrattiene con le più disparate espressioni artistiche: dalla pittura al cinema, dall’arte dei mosaici alla letteratura…
Ecco, quindi, che emergono nei differenti contributi le tante possibili sfaccettature dell’universo fotografico: l’interesse di autori come Verga, Belli, Henry James per questa nuova arte; uno sguardo alla variegata produzione di pittori e di fotografi contemporanei (Fenton, Vender, Bresolin…); un’incursione nella “filosofia del paesaggio†secondo Georg Simmel; un’analisi dei rapporti tra la fotografia italiana e la pittura metafisica; un parallelo tra la fotografia e le raffigurazioni musive medievali; la scoperta dei “dagherrotipi†del Liceo Foscarini di Venezia; una riflessione sulla tutela giuridica della fotografia come bene culturale; una ricognizione dei libri e delle riviste fotografiche in Italia dal dopoguerra ai giorni nostri; un’esame dell’indimenticabile figura di “Paparazzo†nella Dolce Vita di Fellini…Un affresco complesso e multiforme che oltre a evidenziare il valore della fotografia come autonomo strumento espressivo, ne sottolinea i legami con le principali correnti artistiche.
Tra i contributi presenti nel volume: Peter Galassi, Renato Barilli, Pietro Gibellini, Mario Isnenghi, Marina Miraglia, Paolo Puppa, Lionello Puppi, Vittorio Sgarbi…
Nico Stringa è docente di storia dell’arte contemporanea all’Università di Ca’ Foscari.
Sostanzialmente però la carriera fotografica di Branzi risulta essere breve, in quanto nei primi anni sessanta abbandona la fotografia per dedicarsi al giornalismo.