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Fotografia. Festival internazionale di Roma

Cari amici e colleghi,

Molte delle cose che sto per scrivere in questa nota le ho in varia forma

dette in passato a Marco Delogu, del quale sono e spero di restare amico,

nonostante la durezza della verità, che per me è e sarà sempre impolitica.

Titolo della rassegna. Si sa, nomen omen. Non so chi sia stato a volerlo

chiamare “Fotografia. Festival internazionale di Roma”. Ma, come dice il detto

latino, il nome era già un presagio. Metteva insieme un certo desiderio di non

essere provinciali col richiamo a certe feste italiane della canzonetta.

Da anni, eravamo in molti a sostenere la necessità di creare a Roma un

importante appuntamento fotografico, magari con cadenza biennale, che avesse

come scopo quello di approfondire la conoscenza di temi e autori della

fotografia e, al tempo stesso, di stabilire un contatto con giovani autori o

con realtà fotografiche sconosciute. Un appuntamento che non alimentasse il

semplice consumo di mostre fotografiche, già abbastanza diffuso, ma che sapesse

coniugare il godimento estetico con l’approfondimento critico e storiografico.

Per questa ragione si riteneva opportuna la presenza di un “comitato

scientifico” o, come già avviene in altre realtà culturali, l’assegnazione

della responsabilità di anno in anno a un esperto di diversa formazione, che

comunque avesse una solida base critico-teorica e storiografica.

Ma il sindaco Veltroni – che (per la cronaca) è stato studente all’Istituto

Cine-Tv – intendeva evidentemente realizzare intorno alla fotografia non tanto

un progetto orientato all’approfondimento o alla crescita dello spirito

critico, quanto uno dei tanti appuntamenti romani di consumo, utili alla

crescita del consenso elettorale. Pensò, dunque, che non fossero necessari né

uno né molti esperti, ma che bastasse la buona volontà di un fotografo, ignoto

a molti, ma suo amico. Così Marco Delogu, per dirla ricordando i tanti

cardinali che ha fotografato, venne creato “direttore artistico”.

Sono passati sette anni e, invece di volgere al meglio, il “Festival” è

purtroppo sempre più andato verso il peggio. Tanto che l’ultima rassegna era

nell’insieme assolutamente deludente e quella (quasi) unica esposizione che

meritava di essere vista nella sua completezza era stata menomata al punto da

risultare irriconoscibile. Parlo del bel lavoro di Gabriele Basilico su Roma

ridotto a una ventina di fotografie che non ne lasciavano capire il senso.

Se ci si interroga sul bilancio di questi sette anni “Fotografia. Festival

internazionale di Roma”?, la risposta mi sembra emerga chiaramente dai

cataloghi della rassegna. Si tratta una grande – straordinaria – occasione

sprecata.

Ho usato il termine “cataloghi”, ma nel caso del “Fotografia. Festival

internazionale di Roma” questo termine appare del tutto improprio. I volumi

prodotti dal “Festival” nulla hanno a che fare con quello che normalmente sono

i cataloghi di mostre, vale a dire un intreccio di materiali critici e visivi

che aiutano il visitatore alla migliore comprensione della mostra e che, finita

la mostra, risulteranno utili a un ulteriore approfondimento.

I cataloghi realizzati in questi sette anni di “Fotografia. Festival

Internazionale di Roma” sono stati e continueranno a essere materiali di

scarsissima utilità sia gli studiosi di fotografia, sia agli studenti, sia ai

semplici appassionati o “cultori della materia”.

In queste sette anni, gli unici due veri contributi editoriali nati nell’

ambito del “Festival” sono stati prodotti dal personale sforzo finanziario dell’

editore Peliti: sono i libri di accompagnamento della mostra Teatro del tempo

di Josef Koudelka e di Dovere di cronaca di Letizia Battaglia e Franco

Zecchin.

Temendo forse di passare per provinciale, Delogu non si è dedicato, come

sarebbe stato opportuno e auspicabile, alla valorizzazione del notevole

patrimonio fotografico italiano, così come è rimasta quasi del tutto

insensibile alla vastità della fotografia dell’Ottocento.

Per cercare di sostnere Delogu in un’impresa che sin dal primo momento si

prospettava al di sopra della sua pur volenterosa competenza, gli ho suggerito

di ricorrere a Marina Miraglia e più modestamente a me e ad alcuni altri. Di

avvalersi cioè di un “comitato” o “gruppo di lavoro” che lo aiutasse ad

affrontare la vastità del campo fotografico e che lo tenesse in qualche modo al

di fuori del “conflitto d’interessi” originato dalla sua posizione di

fotografo – accusa che, per quanto ai miei occhi appaia alquanto insostanziale,

gli è stata poi realmente mossa.

I titoli. Sono comparsi a partire dal terzo anno. I primi due anni, infatti,

il “Festival” presentava di tutto, senza essere costretto a muoversi dentro

argini tematici. Ma in realtà ha continuato così anche dopo, perché i “temi”

che avrebbero dovuto dare un preciso indirizzo all’attività espositiva sono

stati tanto vaghi da risultare come una scatola in cui mettere dentro di

tutto.

I titoli. Sono comparsi a partire dal terzo anno. I primi due anni, infatti,

il “Festival” non era costretto a muoversi dentro argini tematici e presentava

di tutto, disordinatamente e in libertà. I titoli avrebbero dovuto

circoscrivere il territorio e dare così un preciso indirizzo all’attività

espositiva. In realtà, ciò non è successo e il “Festival” ha continuato ad

essere un caotico contenitore, senza un filo conduttore. Questi titoli,

infatti, erano talmente vaghi da risultare come una scatola in cui buttare

dentro di tutto.

2004 “La dura bellezza”. È stato questo il primo titolo. Era notevolmente

ambizioso e anche bello. Ma perché avesse un reale significato era necessario

innanzitutto che fosse chiarito con un testo introduttivo analitico, che

purtroppo non è quello delle 14 righe scritte da Delogu: fragilissimo non

perché breve, ma perché nella sua brevità contraddittorio e molto

semplicistico. Testo che comincia dicendo: “Il bisogno di bellezza invade la

quotidianità, la vità”, per poi, due righe dopo, dire che “bellezza è un

termine abusato, legato a superficiali operazioni di comunicazione”. L’idea di

bellezza riguarderebbe dunque tutta la quotidianità, ma non la quotidianità di

tutti: solo quella di chi pensa di essere nel “profondo”, fuori dalla

superficialità, o meglio, lontano dalle “superficiali operazioni di

comunicazione”, che esattamente non è dato sapere per quali ragioni siano tali:

non è dato cioè comprendere quando e come una comunicazione diventa operazione,

e quando e perché essa assume l’aggettivo superficiale.

Varie e molteplici sono le bellezze, diceva il filosofo Rosario Assunto. E

niente e nessuno può essere escluso dalla ricerca e dal ritrovamento del

bello.

Anche l’amico Delogu cerca e trova il bello, ma vuole che sia diverso da

quello che può essere il mio o dei miei vicini di casa. Lui non è interessato

alla tenera bellezza della gente comune, vuole raggiungere la dura bellezza,

“la bellezza secca del documento”, come quella che in grandissima quantità è

possibile trovare negli archivi notarili, dove cioè i documenti sono di una

secchezza davvero straordinaria. Ma non basta, aspira a una bellezza che non

sia bellezza, a quella che concepisce come la bellezza “dell’estetica che si

oppone agli estetismi”. Ma, anche qui, non ci è dato sapere se, col termine

estetica, egli faccia riferimento alla dottrina filosofica di conio

settecentesco o a qualcosa d’altro, di più vago, indefinito. Ci sembra di

capire che nell’uso del termine estetismo da parte di Delogu non ci sia alcun

riferimento all’idea tardo romantica che poneva i valori estetici al vertice

della vita spirituale, ma che si tratti solo di un’accezione limitativa o

peggiorativa dell’atteggiamento estetico. A questo punto, siamo da capo: non ci

è dato sapere dove e come l’una cosa diventi l’altra.

Più che dura bellezza mi sembra, dunque, che si tratti di una dura prova per

la ragione o più semplicemente per un ordinario ragionamento critico.

2005 “Oriented” giocava tra Oriente e orientato, ma sfogliando oggi il

“catalogo” ho la sensazione di totale disorientamento. Una serie di immagini

che sembrano finite insieme a caso sono seguite da tre minuscoli testi: uno del

sindaco di sedici righe, uno di Delogu di quindici righe, uno di Zone Attive

(struttura organizzativa del “Festival”) di tredici righe. Lo scritto di Delogu

che dovrebbe chiarire il senso del titolo e delle mostre raccolte sotto di esso

comincia così: “Quaranta visioni orientali, quaranta visioni orientate formano

un libro catalogo fatto di emozioni visive, di segni che compongono l’idea di

un oriente sempre antico e sempre in costante cambiamento”. La ripetuta lettura

non aiuta alla comprensione del testo, che appare forse più appropriato per un

dépliant pubblicitario che per una rassegna “internazionale” di fotografia.

La convinzione inoltre che una parola in inglese possa essere una sorta di

chiave magica è sfortunatamente ormai diventata il rifugio di chi non è in

grado di elaborare una propria idea creativa. A tutti costoro, e all’amico

Delogu, suggerirei quindi un detto pubblicitario: “C’è più gusto a essere

italiani”.

2006 “Novecento. La necessità della fotografia”. Quale vastità! Il Novecento.

Un secolo che in fotografia equivale a milioni di milioni di fotografie. Come

può essere un tema questa quantità? Il tema dovrebbe essere, dunque, “la

necessità della fotografia”. Ma in “Fotografia. Festival internazionale di

Roma” 2006 la necessità viene presentata come quantità. Nella migliore delle

ipotesi, potrebbe sembrare che la necessità si faccia quantità e che, in quanto

tale, venga a presentarsi come una marea di immagini senza un filo conduttore.

Ma, per la verità, non credo che il “Festival” si sia mosso a partire da questa

sottigliezza.

2007 “Questione italiana” (sesto anno). Di fatto c’erano molte “questioni”,

sebbene assai confuse, quello che realmente mancava era l’aspetto italiano

nella sua reale complessità.

Per la cronaca: per quella rassegna, proposi all’amico Delogu di realizzare

una mostra sul rapporto tra gli scrittori italiani e la fotografia: un’

esposizione di immagini e testi che fosse cioè un viaggio nella fotografia

italiana attraverso gli scrittori. La proposta venne da lui considerata troppo

intellettuale e poco d’interesse per i grandi numeri, che sono quelli, mi

disse, cui “il sindaco tiene”.

2008. “Vedere la normalità”. Ancora un campo d’azione di enorme vastità. Nel

suo testo (questa volta un po’ più lungo), Delogu scrive: “Fotografia 2008 si

concentra su quella dimensione della fotografia che ci riporta al racconto

della vita quotidiana e di tutte le piccole differenze che ci sono nel

trascorre delle varie vite. L’ordinario contro lo straordinario, la struttura

contro la sovrastruttura, l’essenziale contro il superfluo, la ricerca di una

normalità intesa anzitutto come semplice accettazione del quotidiano, il vedere

sempre e in ogni luogo”.

Cinque righe che creano la classica tempesta in un bicchier d’acqua.

Ci chiediamo perché, specialmente ai giorni nostri, l’ordinario debba essere

contrapposto allo straordinario, senza raccogliere l’invito di Walter Benjamin

(ben altro Walter), che vedeva “l’ordinario come straordinario e lo

straordinario come quotidiano”. Perché contrapporre la struttura alla

sovrastruttura e decretare la superiorità della prima? È una cosa che fa parte

del peggior marxismo, o meglio, di un marxismo ridotto ad economicismo, ad una

prospettiva che, conseguentemente esclude il “superfluo” dal necessario.

Delogu non è sfiorato dal dubbio che l’idea di normalità “come semplice

accettazione del quotidiano” contraddica il ragionamento “politico-economico”

che origina l’idea di essenziale e di superfluo.

Insomma, in poche righe, il testo del “direttore artistico” del “Festival”

esprime una confusione analitica che non può che generare un vero e proprio

caos espositivo. In questo senso, involontariamente, il “Fotografia 2008” è

come certi talk show: uno spaccato di normalità che serve solo a confondersi le

idee o a tenersi per buone le idee che si hanno.

“Il circuito”. “Fotografia. Festival internazionale di Roma” si divideva in

due parti: le mostre “ufficiali” (allestite in spazi pubblici) e quelle del

cosiddetto “circuito”: bar, enoteche, gallerie private, negozi vari. Nell’

ultimo anno questi locali sono stati circa 130 e, in ognuno di essi, i gestori

hanno, più o meno, esposto quello che hanno voluto. Qualche bella cosa in un

mare di banalità e, me lo si lasci dire, di robaccia. Il “circuito” faceva

contenti tutti, nel senso che faceva sperare a tutti quelli che maneggiano una

fotocamera di fare una mostra “nel Festival”. Sembrava fatto apposta per essere

accompagnato dallo slogan Rai: di tutto e di più. E prima di tutto, più

consenso, naturalmente.

La curatela delle mostre. Nell’ultimo anno (questo 2008), Marco Delogu ha

voluto superarsi. Non solo ha ricoperto il consueto ruolo di “direttore

artistico”, ma ha voluto curare personalmente quasi tutte le mostre

“importanti”, affidandone solo qualcuna a un’assistente del suo studio.

(“Conflitto d’interesse”?).

Un ultimo fatto. Come ho già detto, si è persa l’occasione per fare un buon

lavoro sugli innumerevoli temi della fotografia. Lavoro che avremmo potuto

apprezzare se fosse stato non più “intellettuale” o “accademico” (per questo ci

sono altri luoghi più appropriati di un “Festival”), ma semplicemente più

rispettoso del pubblico e del lavoro di tanti fotografi, che meritavano

certamente una diversa attenzione. Mi spiace che uno di loro, com’è Delogu, non

abbia saputo, con l’umiltà e la gentilezza che non dovrebbero mai mancare anche

a chi è privo di altre eccellenze, rispondere a queste attese.

Saluti

Diego Mormorio

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